Lo scudetto del Verona di Bagnoli, da studiare nelle scuole con Giulietta e Romeo

Ti ricordi, papà, quando una vittoria valeva due punti? Quando la rosa di una squadra di calcio era composta da diciassette giocatori? Quando i ragazzini di pomeriggio non usavano smartphone ma si divertivano scambiando le figurine Panini?

La nostalgia delle volte è un esempio, un modello da seguire. Ci ricorda come si puo’ diventare eroi, quasi per caso. Ci proietta con la mente in un passato che non tornerà ma che è vivo e vegeto. Resiste nei discorsi da bar e in quelli nelle piazze, nei commenti di nonni che tramandano storie ai loro nipoti. Resiste nei segni sui muri, che hanno visto e ospitato più di una leggenda.

Nel calcio di oggi, quel calcio tornato a regalare favole ai suoi seguaci (Leicester, Crotone, Alessandria), c’è bisogno di nostalgia. E’ un antidoto al veleno della quotidianità, malata di diritti tv truccati e scandali tenuti nascosti per non infierire su uno sport che è o dovrebbe essere basato sul talento e sul sudore di uomini.

Conservata nel cuore di molti c’è un’epoca in cui contava crederci, essere umani. La nostalgia è un monito. Sappiamo tutti che quell’epoca non tornerà più, ma ugualmente ci sforziamo di ricordarla. Impossibile non farlo. Impossibile non menzionare gli anni ’80, solcati sul finire dalle gesta sportive di due grandi club come il Milan di Sacchi e dei tre tulipani e il Napoli di Maradona, Careca, Alemao.

Prima di quelle sfide, però, la scena fu ‘presa’ da una squadra che con spirito di sacrificio e saggezza tattica arrivò sul gradino più alto: il Verona di Osvaldo Bagnoli, condottiero di una formazione che diede lustro a un decennio ormai lontano nel tempo.

Una scelta di cuore

Nella primavera del 1981, col Cesena che stava per salire in A, venne a cercarmi il Verona. Al Cesena si meravigliarono che rinunciassi alla Serie A, ma volevo riportare moglie e figlie a Verona. Con l’Hellas vincemmo subito il campionato di B. La squadra dello scudetto cominciammo a costruirla quando arrivò Emiliano Mascetti come direttore sportivo. La parola scudetto la pronunciammo per la prima volta all’ultimo dell’anno. Un gruppo di giocatori era andato a Cavalese, in montagna, a passare San Silvestro con mogli e fidanzate. Io no. Giorni dopo, mi riferirono che Piero Fanna al brindisi aveva proclamato: “Possiamo vincere lo scudetto”. Allora in spogliatoio feci un discorso: “Ragazzi, anch’io comincio a crederci, però nelle interviste dobbiamo continuare con la solfa della salvezza prima di tutto”. E così fu.

Osvaldo Bagnoli era un signore di bassa statura, capace di concretizzare grandi idee. Fu allenatore del Verona dal 1981 al 1990. In Inghilterra si hanno esempi di rapporti così longevi tra team e allenatore: basti pensare a quel Sir Alex Ferguson che rimase alla guida del Manchester United per un ventennio. In Italia, si tratta di un avvenimento più raro. Ma non per questo meno importante.

“El tersin fa el tersin, el median fa il median”

All’ombra del balcone di Giulietta e Romeo, Bagnoli costruì una storia d’amore duratura con la società e con i tifosi. Rinunciando, talvolta, alle sirene dei grandi club per vincere dove nessuno riteneva fosse possibile. Vincere costruendo: una promozione dalla B alla A, un quarto posto, poi un sesto posto e poi, finalmente, l’irripetibile apoteosi. Lo scudetto vinto con la semplicità di chi si sente un uomo libero: nel segno della ‘sberla’ da dare agli avversari e della capacità di rendere le cose normali: “el tersin fa el tersin, el median fa il median”. Quando, durante un convegno sul tatticismo nel calcio, gli chiesero qual era il segreto dietro il miracolo della sua squadra, Bagnoli rispose che non c’era nulla da spiegare. Come a dire che il calcio è ‘roba per chi tiene i piedi per terra’.

L’anno magico, il 1984-1985, fu l’anno del trionfo. Un trionfo che valse un posto d’onore nella storia scaligera a giocatori tutto cuore e grinta: il portiere Garella, il marcatore Ferroni, il terzino Marangon, la diga in mediana Briegel, il libero Tricella. E poi un attacco formato da Fanna, autentica spina nel fianco delle difese avversarie e uomo simbolo dello spogliatoio, Di Gennaro, Nanu Galderisi e Elkjaer. Quest’ultimo, danese, era il realizzatore. Il bomber, termine oggi troppo inflazionato e spesso usato per fini extra-calcistici. Un attaccante che sapeva, però, dare una mano alla squadra grazie alla sua intelligenza e al suo senso tattico.

Il Verona giocava un calcio semplice e incisivo. A centrocampo c’era una diga insuperabile, formata da Briegel e Volpati. A loro, Bagnoli affidava il doppio compito di fermare gli attacchi avversari e di impostare il gioco offensivo dei gialloblù.
Sulla fascia destra si muoveva Pierino Fanna, coadiuvato da Di Gennaro in posizione più centrale. A finalizzare il gioco due punte mobili, Galderisi ed Elkjaer, che scambiano continuamente le loro posizioni creando scompiglio nelle difese avversarie. In difesa, davanti a ‘Ciccio’ Garella, due marcatori: Ferroni e Fontolan. Più dietro, il ‘classico’ Libero. L’ultimo uomo prima del portiere, l’ultima speranza di non subire gol.

Di gol, il Verona ne subirà pochissimi. Il 12 maggio 1985, conquisterà aritmeticamente lo scudetto con 43 punti staccando di quattro lunghezze il Torino. A fine campionato si guadagnerà il merito di essere la squadra con la miglior difesa (solo diciannove i gol subiti in trenta partite, per un totale di due sconfitte).

Osvaldo Bagnoli lascerà il Verona nel 1990, portando la squadra sempre nelle prime posizioni di classifica e per ben due volte in finale di Coppa Italia.

Un decennio da scolpire nel granito.

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