Totti e il colpo di coda dell’ultima grande bandiera

Francesco TottiAi grandi Campioni non servono i grandi spazi, i numeri, le pacche sulle spalle. Sulle spalle portano un numero, che serve a ricordare agli avversari perché sono grandi campioni.

Se quel numero è il 10, se si parla di calcio moderno e occorre menzionare un nome come fa lo speaker quando incita la curva, se il grande Campione in questione si chiama Francesco Totti, i grandi spazi in questione diventano praterie.

 

Già, perché di rado un tifoso piange in tribuna per una doppietta. Potrebbe succedere pressoché di default se stessimo parlando di una finale di Champions. Ma, dobbiamo ripeterlo, qui si parla di Francesco Totti.
Dell’ultima grande bandiera.

Di uno a cui possono bastare due minuti per capovolgere una partita, per dare un senso a una stagione iniziata nel peggiore dei modi. Per far esplodere uno stadio che da troppo tempo è semi-vuoto. Per emozionare.

Che strana questa parola. Di questi tempi, costernati da accordi illeciti sui Diritti Tv, Presidenti-Manichino e tifoserie che hanno fame di vittorie che contano, sembra non esserci spazio per le emozioni. Sembra non esserci spazio neanche per uno come Francesco Totti.

Il 21 aprile si festeggia il Natale di Roma. Lui, il ‘Pupone’, l’uomo al centro del mirino e degli obiettivi dei fotografi da molti mesi (se non da una vita), ha festeggiato in anticipo facendo un regalo enorme: l’avvicinamento a quel secondo posto che significherebbe ‘Champions’ diretta e il distacco dall’Inter di Roberto Mancini.

Un regalo a chi lo voleva: quei tifosi che sono sempre stati dalla sua parte, che da 24 anni lo osannano.

Un regalo anche a chi non lo voleva: quel Mister che, a dirla tutta, non ha tutti i torti.

Non puo’ averli Luciano Spalletti, ma dinanzi ai suoi occhi ha l’ultima grande bandiera. Quella che muove gli equilibri di uno spogliatoio, di una partita, di una tifoseria.

Gestire un Campione arrivato alla soglia dei quaranta anni non deve essere facile. Alcuni non ci sono riusciti. Javier Zanetti ha trascorso in panchina gran parte del suo ultimo anno all’Inter, guidata da quel Walter Mazzarri che aveva fatto benissimo a Napoli (città in cui le bandiere sventolano per sempre). Alessandro Del Piero, Paolo Maldini, Toto’ Di Natale, sono esempi lampanti di gestioni opache nel rapporto ‘Leggenda – Società’. Un rapporto viziato in partenza. Un rapporto, dunque, impari.

Tra tre partite, o forse tra un anno, calerà il sipario sull’ultima grande bandiera del calcio italiano. Una di quelle che hanno vinto meno, ma che hanno brillato di più.

E’ strano pensare che il futuro di un giocatore che si sente ancora tale dipenda da un signore proveniente dall’altra parte del mondo, esattamente dagli States (posto in cui molte bandiere si trasferiscono per diventare una sorta di ‘Nuovi Cristoforo Colombo’ e colonizzare città sotto il segno del pallone, entità pressoché sconosciuta fino a qualche anno fa).

Eppure, è così. Sarà così.

Intanto, Francesco Totti fa piangere. Di gioia e di dolore (‘sportivo’ si intende). E’ lui il simbolo del ‘Dividi et impera’, in un calcio che si appresta a diventare definitivamente orfano di una generazione che ha fatto innamorare una Nazione intera nel 2006 sotto il cielo di Berlino.
La Roma giallorossa è tornata ad affollare le strade, i bar di periferia, le sale da biliardo, i club e le edicole, per raccogliere le ultime prove dell’esistenza del loro ‘Dio': tre gol in 180′ minuti (complessivi), di cui lui ne ha giocati poco più di quindici.

Con la speranza che questa favola iniziata in un’altra epoca, non sia giunta alla sua ultima pagina.

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