Dai gemelli del gol alla maledetta punizione di Koeman: la Samp dello scudetto, 25 anni dopo

Vialli Mancini gemelli del gol scudetto Sampdoria 1991 25 anni dopo

Fa strano vedere Antonio Cassano sovrappeso, recitare nuovamente la parte del ‘fuori di testa’ e disperdere il suo talento in un’azione di dubbio gusto all’interno dello spogliatoio.

Fa strano, soprattutto, vedere che tutto ciò accade a Genova; sponda doriana. In una città che ha visto passare fantasisti immensi, e che oggi affoga nel pesto e nelle foto appese all’interno dei ristoranti i malumori ricordando il passato.

Un passato non lontano.

Sono passati venticinque anni da quel 1991. L’Italia si era lasciata alle spalle il Mondiale giocato in casa, vedendo sfumare la possibilità di un sogno chiamato vittoria davanti ai propri tifosi. Le strade sarebbero esplose, tra sfilate e feste. Le notti magiche di cui parlavano nel loro inno Gianna Nannini ed Edoardo Bennato sarebbero divenute realtà.

Per risollevare gli animi serviva una ‘prodezza’. La prodezza di una squadra, di un mister, di un singolo o di un collettivo, di una parte o di tutta una città.

Serviva, anche, un progetto.

La Samp vinse lo scudetto nel 1991, ma le basi di quel trionfo così roboante vennero messe molti anni prima. Nel 1984-85, arrivò dalla Roma campione d’Italia il roccioso difensore Pietro Vierchowod, soprannominato lo ‘Zar’. Un’ipoteca sul futuro, uno scoglio insormontabile da piazzare in mezzo a una difesa.
Al tempo, probabilmente, servivano più cuore e coraggio che tecnica per compattare un reparto.
In avanti, invece, servivano e servono da sempre solo i gol. Nell’anno in cui lo ‘Zar’ arrivò a imperare nella difesa doriana, i dirigenti notarono un ragazzino che segnava tantissimi gol in serie B con la Cremonese. Fisico asciutto, piedi buoni.

 

La coppia Vialli Mancini: i gemelli del gol

 

Si chiamava Gianluca Vialli e poteva essere il partner ideale per Roberto Mancini.
Quest’ultimo era arrivato nel 1982 dal Bologna per una cifra impegnativa al tempo: 4 miliardi di lire più la cessione dei cartellini di ben quattro giocatori! A volerlo fortemente, per farlo diventare la bandiera di quella squadra, fu il presidente Paolo Mantovani. Un padre, ancor prima che un uomo di calcio. L’affetto tra i due fu il fulcro delle soddisfazioni che il ‘Mancio’ diede ai tifosi blucerchiati.
Con l’arrivo di Vialli, Mannini, Pari, Souness e Salsano, la Samp era intenzionata a creare un’onda verde. Puntava sui giovani, grazie all’esperienza di Borea e alla ‘protezione’ di Mantovani. Non a caso, in quel 1984 – 1985 arrivò il primo storico trionfo: la Coppa Italia, vinta contro il Milan.

 

Il presidente – Padre

 

Paolo Mantovani era soprannominato dai tifosi Paolo VII. Il suo, più che un ciclo presidenziale, fu un autentico pontificato. Un ciclo che portò la Samp a diventare la squadra-simpatia, che sapeva divertire e commuovere, che giocava un calcio diverso. Frizzante, come un bianco da bere gustando alici in qualche localino del porto di Genova.
Mantovani amava i suoi genitori, li trattava come figli. Le grandi squadre volevano strapparglieli a suon di miliardi. Volevano Vialli, Mancini, Vierchoowod. Lui resistette. I suoi giocatori, per riconocenza nei suoi confronti, anche.
Scudetto Sampdoria 1991 Guerin Sportivo Samp via libera

 

“Rigore è quando arbitro fischia” e altre perle di saggezza

 

Chi, complice il fisiologico finire di un ciclo, lasciò i doriani fu invece l’allenatore Bersellini. Andava sostituito. Mantovani conosceva un signore slavo, che aveva giocato con i colori doriani negli anni sessanta. Era nato vicino Novi Sad nel 1931. Si chiamava Vujadin Boskov e, di recente, aveva riportato l’Ascoli in serie A.
All’estero Boskov era già molto conosciuto. In Italia era un ‘signor nessuno’, o quasi. Quello che gli italiani invidiano ai Signori dell’Est sono principalmente due elementi: la freddezza e l’impegno. La prima caratteristica viene fuori nelle situazioni di coraggio, quelle in cui ad esempio è necessario rischiare e puntare sui giovani. Fu Boskov, dopo aver rilevato la squadra, a lanciare giocatori come Maurizio Ganz o Antonio Paganin.
Fu Boskov, soprattutto, a costruire una colonna portante che avrebbe difeso egregiamente i pali della Samp e dell’Italia negli anni successivi: Gianluca Pagliuca.
Scudetto Sampdoria 1991 Guerin Sportivo Vierchoboom

 

Toninho Cerezo: l’anello mancante

 

Il primo anno con Boskov in panchina fu un anno di transizione. La squadra fallì all’ultimo, perdendo uno spareggio col Milan (karma?), il piazzamento in Uefa. Ma acquisì le prime certezze. Vialli stava diventando un bomber sempre più infallibile. Mancini un principe con la palla al piede, nonché un simbolo.
Eppure a quella squadra simpatica mancava qualcosa. La simpatia non basta, e a volte serve la freddezza. Altre volte serve la precisione. Altre volte ancora, invece, occorre la poesia. Il massimo? Trovare tutte queste caratteristiche in un solo giocatore.
La Samp ci riuscì, e acquisto dalla Roma Toninho Cerezo. Centrocampista brasiliano, 30 anni, autentica leggenda del calcio anni 80-90, Cerezo era forse stato considerato un rottame troppo presto dai giallorossi. Ricordate il modo in cui il Milan ripudiò Pirlo? Ecco, alla Roma successe lui la stessa cosa.
La differenza è che Cerezo, semmai, somigliava a Gattuso. Era tutto cuore e polmoni, e correva per sé e gli altri. Nel suo Brasile, i fenomeni erano Zico e Falcao. Lui un gregario d’eccellenza. L’uomo perfetto per la Samp stravagante che cercava un guarda-spalle per Vialli e Mancini.
Nella prima stagione in blucerchiato, il brasiliano contribuirà alla vittoria di un’altra Coppa Italia e alla conquista del quarto posto in campionato. Con tanti saluti alla Roma.
Il suo acquisto fu un esempio. Un anno dopo, la Samp acquistò dall’Udinese un altro calciatore che fino a poco tempo fa sembrava essere finito. Questa volta a ripudiarlo, però, furono i granata del Torino: era Beppe Dossena e fu senza dubbio l’acquisto più importante.
Nel frattempo, i blucerchiati dovettero digerire una pesante sconfitta in finale di Coppa delle Coppe. contro il Barcellona. Ma ormai una la squadra di Boskov poteva competere su ogni fronte, in Italia come in Europa.
Vinta un’altra Coppa Italia, Boskov non era più un ‘signor nessuno’. La squadra doveva e poteva fare un salto di qualità. Mantovani alzò il tiro, identificando in Milan e Juve i veri rivali con cui concorrere. Proprio quella Juve che faceva la corte a Mancini, Vialli, Vierchowod, Pagliuca, Mannini e Pari. Proprio quella Juve che, insomma, voleva portare via da Genova tutte l’argenteria.
Scudetto Sampdoria 1991 Guerin Sportivo Sampstoria

 

Roberto Mancini: il leader

 

Tra le sirene di mercato e le pressioni di un ambiente che, giustamente, desiderava di più occorreva a questo punto un leader dentro e fuori dal campo. Fu, con una naturalezza impressionante, Roberto Mancini a interpretare questo ruolo. Proprio lui, pupillo di ‘papà’ Mantovani, disse che nessuno si sarebbe mosso da Genova fino a che la Samp non avrebbe vinto lo scudetto. Anni dopo, Mancio dirà:
Se non sono andato via è stato anche per lui: credo che i rapporti umani nella vita valgano molto e non me la sentivo di voltare le spalle a chi mi aveva voluto bene.
La Samp non lascia, raddoppia. Nel 1989-90 arrivano tre preziosi innesti: Invernizzi, Lombardo e Katanec. La Samp vince la Coppa delle Coppe, contro il Goteborg.
Dopo i Mondiali del 1990, in cui Vialli non brillò per effetto del torneo d’oro fatto da Totò Schillaci, c’era da mettersi un nuovo obiettivo in testa. Un obiettivo alto, prestigioso.
Sampdoria scudetto 1991 Samp-Lecce Gazzetta

 

La stagione 1990-1991 – L’inaspettato

 

Vialli venne bollato, subito dopo i Mondiali, come un traditore. Il suo rendimento scarso e la sua incapacità di incidere durante la manifestazione fecero scendere le quotazioni della Samp. Il suo terminale offensivo, secondo la stampa, non sarebbe stato in grado di trascinarla in alto.
Alla vigilia della nuova stagione, quella targata 1990-1991, arrivò dall’Ucraina un fuoriclasse: Mikhailichenko, autentica stella della Nazionale sovietica e della Dinamo Kiev. Un approdo simile a quello di Boskov, perché in questo fuoriclasse non credeva nessuno.
Eppure, complice l’ottimo innesto sulla fascia di Lombardo e la potenza in mezzo al campo di Katanec, la Samp cominciò a volare. Poi, come sempre, una brusca caduta momentanea. Questa volta capitò nel bel mezzo della stagione, inaspettata ma neanche tanto se si pensa al rendimento di questa squadra giudicata ‘bella ma incompiuta’. Le sconfitte contro Torino e Lecce valsero all’Inter il primato di Campione di inverno e alla Samp il ruolo di inseguitrice sotto di due lunghezze.
Su Boskov piovvero critiche. Ma Boskov aveva le idee chiare. Il campionato diventa una lotta tra Inter e Samp.
L’epilogo si consumò proprio durante il match diretto. Segnarono i più criticati, Dossena e Vialli e come se non bastasse il giovane Pagliuca parò un rigore al leggendario Matthäus. Fu la vittoria di tutti, ma fu soprattutto la vittoria di Boskov. Così, la Samp vinse lo scudetto.

La finale di Coppa dei Campioni 1992 – L’incompiuta

 

L’anno successivo, il Milan di Fabio Capello iniziò a gettare le basi di un ciclo che gli valse il soprannome di ‘invincibile’. Di fronte allo strapotere dei diavoli, la Samp dovette piegarsi ma con grande dignità. La corazzata blucerchiata conquistò un sesto posto ma soprattutto la finale di Coppa Campioni nel tempio di Wembley. L’avversario? Quel Barcellona con cui poteva consumarsi una rivincita clamorosa dopo la fatale sconfitta in finale di coppa delle coppe. I doriani erano arrivati fino in fondo, ma come tutte le cose belle dovettero concludere quel biennio con un’opera incompiuta. Si arreserò, però, solo nei minuti conclusivi del secondo tempo supplementare per via di una punizione di Koeman. Un bolide da fuori area che suonò come una sveglia.

 

Gli ultimi attimi

 

Quello che poteva essere un ciclo vincente si concluse con la mancata rivincita e a poco a poco il puzzle perse i suoi pezzi migliori. La Juve riuscì a comprare Vialli, segnando di fatto la fine di un ciclo. Come per Bersellini, seppure dopo risultati ben diversi, anche Boskov esaurì il suo ciclo. Al suo posto arrivò un uomo le cui idee di calcio erano totalmente l’antitesi di quanto profetizzato dallo slavo: Sven Goran Eriksson, il mago della zona.
Ma la Samp che quindici anni fa realizzò una magia morì con la morte di Paolo Mantovani, padre affettuoso e collante di un gruppo che seppe costruire puntando sui valori. Era il 14 ottobre 1993. Il giorno in cui la Samp-Simpatia sparì.

Commenti

Commenti

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.