La rivincita di Raffaele Palladino

Raffaele Palladino Crotone
L’umiltà di ricominciare è il talento più grande. Perché in questo gioco rischi di essere dimenticato quasi subito, nonostante tu stia lavorando nell’ombra per meritare ben altro.

Così, rischi di essere un ‘Signor Nessuno di lusso’ se perdi di vista l’obiettivo. Se dormi sugli allori, se ti svegli senza le dovute motivazioni. Se fai come chi subordina il calcio alla bella vita. Se non pensi che il pallone è il tuo posto nel mondo.

Dalle stelle alle stalle è un attimo. Per molti, non per Raffaele Palladino. L’Italia fa presto ad etichettare i suoi talenti: quelli che rimangono, che non scelgono la fuga all’estero. Nello sport come in altri segmenti professionali.

Per il tifoso medio, Palladino doveva essere il nuovo Del Piero. Una classe cristallina, due piedi buoni e una visione di gioco degna delle più grandi menti calcistiche. Ma il tifoso attento, fedele alla propria bandiera, sa che Palladino ha preferito essere sé stesso.

Dicevamo che dalle stelle (magari quelle sulla maglia della Juventus) alle ‘stalle’ (il fallimento di una società, causato dalle scelte sbagliate di un uomo e del suo entourage) il passo puo’ essere molto breve se non fai le scelte giuste.

E lui ha saputo fare la scelta giusta.

Ma la sua storia comincia molto prima. Nei campetti di provincia della Campania, Regione che gli dà i natali il 17 aprile del 1984 a Mugnano di Napoli. Pronti via e Raffaele è subito scaraventato tra i grandi. Perché qualcosa sembra non andare per il verso giusto e il Benevento, squadra in cui milita agli albori della sua carriera, attraversa un momento difficile. Così, il giovane Palladino comincia subito a giocare con la prima squadra. I gol fioccano. Il talento si palesa subito.

La Juventus mette gli occhi su di lui, che da piccolo aveva la camera tappezzata di poster. Zidane, Del Piero. Come tanti, sogna. Quando gli hanno comunicato di dover passare alla Juve e di trasferirsi dalla sua terra a Torino quasi non ci credeva. Poi apre gli occhi, disputa due campionati nella primavera bianconera firmando venti gol durante il primo anno e ventuno durante il secondo. Un biglietto da visita di tutto rispetto.

In bilico tra il buio e i riflettori

A parte qualche amichevole, in prima squadra non c’è posto. Così, la Juve decide di darlo in prestito e di farlo tornare non distante da quella che è la sua casa-base. A diciannove anni passa alla Salernitana. E’ un momento difficile, perché sono gli anni in cui puoi esplodere oppure perderti. In un attimo. Quell’attimo in cui dalle stelle passi alle stalle. In cui i riflettori o si accendono su di te o si spengono per sempre.

Quando sei abituato a lottare non pensi a cadere. Così, Raffaele segna 15 goal in campionato e quattro in Coppa Italia. Quando tutto sembra pronto per il ritorno alla corte della Vecchia Signora, la società decide di estendere la sua gavetta e lo spedisce a Livorno. Palladino brilla, nonostante una stagione poco fortunata a livello corale.

La chiamata

Sono gli anni di Calciopoli, della clamorosa retrocessione in B della Juventus. Dell’Italia che vince i Mondiali. Di tanti Campioni che salutano e altri che, malgrado pochi mesi prima siano stati protagonisti della vittoria in maglia azzurra, restano. Raffaele viene finalmente richiamato alla base, al fianco di alcuni dei suoi idoli che vedeva al mattino nei poster in cameretta. Gioca con Alessandro Del Piero, Buffon, Pavel Nedved, David Trezeguet. Viene allenato da Didier Deschamps. Lo fa in un anno in cui la squadra con più scudetti in Italia deve ricominciare dalla B. E lo fa da protagonista, con venticinque presenze e otto reti; mettendo a segno la sua prima tripletta in carriera in una notte magica contro la Triestina.


Nella stagione successiva la riconferma con Claudio Ranieri al comando. Poche presenze, da esterno di centrocampo in un ruolo che non è il suo. Qualche gol e la sensazione di essere una promessa non mantenuta, per il tifoso medio.

Quello attento, invece, sa che c’è ancora molto da scrivere. Arrivano, puntuali, le nuove sfide. Le nuove battaglie interiori. Il momento, l’ennesimo momento, in cui partire e ripartire da zero. Raffaele viene ceduto al Genoa, dove esplode definitivamente. Lascia un segno indelebile nel cuore dei tifosi, come in quel derby con la Samp in cui grazie a un’esultanza rabbiosa e contenuta allo stesso tempo porta all’attenzione dei doriani il fatto di essere un calciatore vero. Come in quel derby del “due contro zero'”, in cui regalerà un assist a Diego Milito.

Arrivano la convocazione in Nazionale, le pagine sui giornali, le attenzioni di altri club. Arrivano anche gli infortuni seri, accompagnati dalle voci di chi troppo superficialmente lo considererà da lì in poi un calciatore sempre rotto. Voci smentite con gol, assist, giocate strabilianti.

A gennaio del 2011 il Genoa cede la metà del suo cartellino al Parma. La prima partita con i ducali? E’ contro la Juve, a Torino. Raffaele segna il 4 a 1 per la sua squadra. Dimostrando ancora una volta di che pasta è fatto.

Il momento più difficile

Nel fallimento del Parma Calcio c’è la delusione di numerosi professionisti. C’è la disperazione di un organico di addetti ai lavori spediti a casa da un giorno all’altro. E’ la storia di chi paga al posto degli altri, di chi è costretto a rivedere i suoi piani per via di una gestione economica scapestrata. Nel fallimento del Parma Calcio, c’è anche la storia personale di Raffaele Palladino.

Sono, o dovrebbero essere, gli anni più importanti della sua carriera. Il ragazzino che segnava gol a grappoli nel Benevento, nella Juve e nella Salernitana, è diventato un uomo. Ed è costretto – non per colpa sua – a svincolarsi. Rimane senza contratto per qualche mese, allenandosi duramente da solo.

La rinascita, la rivincita

Quando giocava con la maglia della Juventus, Raffaele Palladino giocò contro il Crotone. Ricorda di essere rimasto colpito dal fatto che l’Ospedale fosse attaccato allo stadio Ezio Scida. Era la prima volta che una squadra così blasonata arrivava in una piccola e modesta cittadina del Sud e anche le finestre dell’ospedale registravano il tutto esaurito. Un’intera città era in fermento per quell’incontro.

Qualche anno dopo, arriva la chiamata del Presidente Raffaele Vrenna e quella di Ivan Juric (ex compagno di Raffaele al Genoa). Non mancavano altre offerte, anche da piazze più gettonate e soprattutto da Piazze di Serie A.

Ma Raffaele accetta la proposta, adegua il contratto e le condizioni economiche alle esigenze dei calabresi e riparte da Crotone. Gioca nello Stadio accanto all’Ospedale. Il Diesse Ursino lo considera il più grande acquisto della sua gestione, per il nome che porta e per la classe che lo contraddistingue. L’inizio è duro, faticoso. Raffaele non gioca da tanto e anche se si è sempre allenato da solo deve sudare. Juric ha costruito un impianto di gioco basato su grinta, corsa, attacco e perfetta fase di non possesso palla. Un piccolo gioiello, di cui Raffaele puo’ essere la perla più luminosa.

Il Crotone va a San Siro per giocarsi il passaggio del turno di Coppa Italia contro il Milan. Altra partita storica, per questa piccola città. 5.000 i tifosi che dal profondo Sud arriveranno nella Scala del Calcio. Raffaele parte titolare ma accusa uno stiramento dopo 30 minuti e viene sostituito.

Proprio mentre tutto sembra essere in salita, l’uomo convinto di aver fatto la scelta giusta sa che rinascerà. Le settimane passano e Raffaele gioca con sempre più frequenza mettendo minuti nelle gambe e regalando assist preziosi, che i compagni trasformano in gol. Poi, si sblocca. Due gol contro l’Ascoli, uno contro il Pescara nel match clou del girone di ritorno. Altri assist per gol importanti. Torna a divertirsi, per sua stessa ammissione.

Dalle stalle, in un attimo, il ritorno alle stelle. Il corpo risponde, la mente è collegata perfettamente. Le gambe tornano ad essere quelle di sempre perché il cuore non ha mai smesso di desiderare o di avere fame. Raffaele Palladino, ripartito da Crotone, è il protagonista del girone di ritorno. Quello che vale ai rossoblu la storica promozione in Serie A.

29 aprile, ore 22.22

Per conquistarla, c’è da fare un punto sull’ostico campo del Modena. La partita comincia male. Proprio un suo errore regala agli avversari sulla tre quarti una palla che Luppi (sugli sviluppi di un cross) trasformerà in gol. Ma lo leggi negli occhi di un uomo quando è il momento di prendersi la sua rivincita. Così, Palladino sforna un assist al bacio per il baby – prodigio Federico Ricci e lo lancia in porta; atterrato, calcio di rigore.

E’ proprio Raffaele ad andare dal dischetto, a prendersi la responsabilità più grande. Per quello che potrebbe essere il tiro più importante: quello che vale una stagione, forse anche qualcosa in più. Quello che, se sbagli, ti porta dritto nuovamente nei pressi delle ombre.

Tiro, gol. E’ storia. Alle 22.22 del 29 aprile, il Crotone è per la prima volta nella sua storia in Serie A grazie a un gol di Raffaele Palladino. E’ la rivincita di chi ha lavorato e lottato in silenzio. E’ la rinascita di un Campione che non si è mai arreso. E’ il primo passo verso un futuro sulle ali del vento, a suon di gol e assist.

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