Luci e ombre dell’Italia agli Europei

Quattro volte campione del mondo ma una sola vittoria continentale, nel 1968. Poi due volte secondi (2000, 2012) e una volta quarti, nel 1980. Ai Campionati Europei di calcio l’Italia ha raggiunto per cinque volte le semifinali. Bilancio della Nazionale azzurra alla vigilia degli Europei di Francia.

Campionati europei calcio 2016 Francia

È la volta del Campionato Europeo di calcio, giunto alla sua 15ª edizione, che consentirà all’aficionado di non passare l’estate alla ricerca spasmodica di surrogati pur di saziare la necessità costante e opprimente di calcio giocato: lo scorso anno le spiagge si affollavano di voci di mercato a metà tra il consolatorio e il fantasioso, i più temerari passavano le notti in bianco a guardare la Copa America (vinta dal Cile, ndr), sperando in qualche lampo di Lionel Messi.

Ma quest’anno no, quest’anno non vedrete vostro cugino affannarsi come Mark Renton in crisi d’astinenza.

Quest’anno ci saranno gli Europei e saranno ospitati dalla Francia (dal 10 giugno 2016 al 10 luglio 2016,  in precedenza, la stessa nazione aveva ospitato le edizioni del 1960 e del 1984). La nuova formula, allargata a 24 squadre, potrebbe aprire scenari difficilmente pronosticabili. Parecchie le nazioni esordienti, su tutte l’Irlanda del Nord, vincitrice del proprio girone di qualificazione, l’Albania di Gianni De Biasi, e l’Islanda che si è guadagnata il tagliando per la Francia qualificandosi al posto di una deludente Olanda.

Non mancherà, ovviamente, l’Italia di Antonio Conte la quale ha un rapporto abbastanza conflittuale con la competizione. Se, da un lato, il più prestigioso (e al contempo, complicato) Mondiale è storicamente la competizione nella quale gli Azzurri hanno trovato la maggior parte delle loro soddisfazioni, diventandone, così, una delle compagini più affermate e temute, dall’altro, l’Europeo non rispetta quasi mai le aspettative riposte dalla gente e dagli addetti ai lavori. So close, so far come direbbero in Inghilterra.

L’unica vittoria risale al lontano 1968, Italia nazione ospitante. Nonostante i noti vantaggi che derivano dallo giocare in casa una competizione estiva, vanno considerati alcuni aspetti che depongono a favore della Nazionale, così come altri fattori che hanno inciso in modo netto e indiretto consentendone il successo:

1) innanzitutto, le nazioni partecipanti alla fase finale erano soltanto quattro – Italia, URSS, Inghilterra e Jugoslavia – in seguito a un processo di qualificazione oltremodo lungo e complicato; i pareggi erano praticamente banditi, lo stesso per supplementari e rigori. Si passava il turno affidandosi al fato, al caso, alla fortuna che roteava nel lancio di una monetina. Tranne in finale, però, che in caso di pareggio si sarebbe decisa con un classico replay in pieno stile inglese;

2) l’Italia disputò il match decisivo contro la Jugoslavia la quale regolò in semifinale la splendida Inghilterra di Bobby Chaltron, Bobby Moore e Gordon Banks, campioni del mondo nel ’66. I nostri si affidarono alla monetina per aver la meglio sull’Unione Sovietica dopo lo 0-0 dei regolamentari. Del resto, erano le regole;

3) di certo la Nazionale Azzurra non era del tutto sprovveduta, anzi. Lo scheletro in campo era formato dall’affidabilità di un portiere come Enrico Albertosi, da una linea difensiva solida formata da Giacinto Facchetti e Tarcisio Burgnich e un centrocampo in mezzo ai quali spiccavano per talento De Sisti e Lodetti.

In tutta franchezza, nessuno si sarebbe voluto trovare a risolvere il rebus attaccanti di fronte al quale Ferruccio Valcareggi avrà speso di sicuro tempo e sudori. Il fatto di avere a disposizione l’imprevedibilità di Gianni Rivera, il cuore e la tenacia di un emigrante come Anastasi, lo spirito di appartenenza e il senso di responsabilità di Giacomo Bulgarelli, Angelo Domenghini (che risulterà decisivo in finale), l’esordiente Pierino Prati dalla vena realizzativa abbastanza spiccata, concludendo con Sandro Mazzola e Gigi Riva, ai quali non servono parole per essere descritti, possano essere il vero motivo per il quale l’Italia, a discapito di ogni piega regolamentaria, abbia vinto con merito l’Europeo del 1968.

Le successive partecipazioni italiane non hanno avuto grossi sussulti, tranne per il quarto posto del 1980 in casa, con la nazionale di Bearzot decimata dagli infortuni e dallo scandalo scommesse (Rossi e Giordano su tutti) e per una semifinale nel 1988 in cui, neanche affidandosi agli anni rampanti della coppia Vialli-Mancini, si è riusciti a sopperire alla scarsa portata tecnica generale della selezione curata da Azeglio Vicini.

L’Europeo svedese del 1992 si segnala per la vittoria sorprendente di una Danimarca richiamata dalle vacanze e per l’assenza della compagine tricolore.

Si arriva ad Inghilterra ’96 in piena crisi esistenziale. Il pallone di Pasadena è ancora un ricordo troppo vivido per la maggior parte dei giocatori presenti in rosa a cui va aggiunta una dose massiccia di fisiologico ricambio generazionale. La squadra di Sacchi, vicecampione del mondo, non riesce a passare un girone che, a parte la solita Germania, è testimone principale dell’alba della Repubblica Ceca come assoluta forza nello scacchiere calcistico per almeno 10 anni.

Europeo 2000, Belgio-Olanda come paesi organizzatori. Uno degli organici migliori della Nazionale, completo in ogni reparto, una squadra quadrata, senza fronzoli, impenetrabile in difesa (grazie al mantra Nesta-Cannavaro-Maldini) e cinica in attacco: Totti-Inzaghi come Stockton e Malone. Era la generazione che ha portato il calcio italiano a dominare le competizioni europee per club e a imporsi in Germania nel Mondiale del 2006. Ma è proprio in questo istante che si incrina, nel modo più clamoroso, il rapporto tra la Nazionale italiana di calcio e l’Europeo.

Il passaggio del girone è quasi una formalità: tre vittorie in altrettante partite, unico patema la Svezia a qualificazione già ottenuta. Lo stesso vale per i quarti contro la Romania dei cristallini talenti di Mutu, Hagi e Chivu: a segno Totti e Inzaghi nel primo tempo, poi si amministra facile e i rischi si azzerano.

In semifinale arriva l’Olanda padrone di casa. Si è già accennato alle motivazioni per le quali giocare in casa una competizione estiva è senz’altro un vantaggio: il clima, l’ambiente e la spinta del pubblico fanno sempre la differenza. L’Italia parte imballata, palo di Bergkamp dopo pochi minuti e doppia ammonizione di Zambrotta. Si soffrono i ritmi alti degli Oranges ai quali l’arbitro Merk, sfoderando un “metro di giudizio estremamente severo” (Pizzul in telecronaca), assegna un rigore dubbio. Lo specialista Frank de Boer sul dischetto, Francesco Toldo sulla linea di porta: un Mexican standoff che sarà decisivo. Tiro parato. In quel momento in Italia ci si rende conto che forse vale la pena stare davanti alla tv. Si passa alla ripresa, Mark Iuliano, uno che non faceva della scelta di tempo la sua vita, stende Edgar Davids a limite dell’area. Secondo rigore. L’Olanda cambia il tiratore mandando Kluivert che sceglie, suo malgrado di stampare la palla sul palo.

Tempi regolamentari e supplementari scorrono quasi senza particolari scossoni, accompagnando le due squadre ai calci di rigore, deus ex machina della drammaturgia sportiva. Per l’Italia segnano Di Biagio, Pessotto e Totti (“mo je faccio er cucchiaio.”); sbaglia capitan Maldini. Per l’Olanda va a segno solo Kluivert, mentre falliscono ancora F. de Boer, Stam e Bosvelt. L’impresa di Francesco Toldo (5 rigori, ne ha subito solo uno, parandone 3) resta negli annali e consente all’Italia di raggiungere la Francia in finale.

La finale è un altalena. Les Blues – con Zidane, Henry, Djorkaeff, Thuram, Deschamps, Desailly  -confermano, quasi nella sua interezza, la rosa che due anni prima si laureò vincitrice del mondiale casalingo contro il Brasile di Ronaldo.

Marco Delvecchio sblocca il risultato, segue una partita che vede il muro difensivo italiano chiuso e attento. La flessione minima, che arriva nel recupero, consente al subentrante Sylvain Wiltord di aprire il rubinetto della doccia più fredda di Rotterdam, incrociando alla sinistra di Toldo. È 1-1.

I supplementari, in realtà, durano poco. Dopo appena 13 minuti, la brutale – e scellerata – vanità “blatteriana” di  introdurre il Golden Gol permette alla Francia di aggiudicarsi il trofeo grazie a un colpo di testa del micidiale David Trezeguet.

Il 2004 è l’anno della grandissima coincidenza. Europeo disputato in Portogallo vinto dalla Grecia di Otto Rehhagel in finale contro lo stesso Portogallo. L’Italia capita in un girone tutto sommato abbordabile per la sua levatura: la Svezia di Ibrahimovic, la Danimarca di Jon-Dahl Tomassoni e la Bulgaria, vittima sacrificale.

Capita di partire morbidi e di restarlo per tutta la fase a gironi, segnando appena tre reti in tre partite. Si arriva alla partita finale che vede gli Azzurri impegnati contro la Bulgaria, ormai eliminata. La situazione di classifica è strana, interlocutoria: tre squadre in 2 punti con la possibilità che, in virtù della differenza reti, passino Svezia e Danimarca – appaiate – se la loro ultima partita dovesse finire con il risultato di 2-2. Manco si fosse negli anni ’80, si sta con un orecchio fisso alle notizie che arrivano dal derby scandinavo. 2-1 Danimarca fino al minuto 89.
L’Italia fatica, risolve la sua partita solo al 90’ con un gol di Antonio Cassano, il quale ha un rapporto con la Nazionale quantomeno tribolato. L’esultanza si tramuta in pianto quando lo stesso viene informato da Peruzzi del pareggio svedese avvenuto quasi simultaneamente alla sua rete. Pareggio che condanna l’Italia all’esclusione dalla competizione e fa urlare i giornali della penisola allo scandalo, alla combine.

Non sappiamo quanto sia stata voluta o no questa vicenda del “biscotto”, di sicuro ha eliminato gli Azzurri, contribuendo ad allontanarli ancora una volta dal trofeo.

Roberto Donadoni è il responsabile tecnico del gruppo che per primo ha un saggio di ciò che la Spagna calcistica diventerà da quel momento in poi.

È l’Europeo del 2008 ospitato dai coinquilini Austria-Svizzera. Le aspettative sono tante, l’Italia campione del Mondo in carica passa per seconda con appena 4 punti in 3 partite. Il primo turno di eliminazione diretta la pone di fronte, appunto, alla Spagna dominatrice del proprio gruppo.

Nonostante il divario tecnico evidente tra le due rappresentative, la squadra di Donadoni, arroccata in difesa per respingere la fitta ragnatela di passaggi degli uomini del compianto Aragonés, riesce a raggiungere i calci di rigori. Gli errori di Antonio Di Natale e di Daniele De Rossi, uniti all’impeccabilità degli spagnoli dagli 11 metri, spianano la strada alla Roja che risulterà la vincitrice del torneo.

L’ultimo campionato Europeo si è svolto nel 2012 congiuntamente in Polonia e Ucraina. Prandelli è la guida tecnica. È l’Europeo del rimpianto, di ciò che poteva essere, ma non è stato. Di quello che poteva essere Mario Balotelli, promessa – ormai – disattesa del panorama calcistico italiano. Il rammarico di competere in un periodo storico di totale dominazione spagnola. Ai quarti si supera ai rigori l’ostacolo Inghilterra, dopo lo 0-0 regolamentare, mentre in semifinale lo strapotere fisico di Balotelli piega le resistenze tedesche.

In finale si ritrova la Spagna, già affrontata nella partita inaugurale, il cui risultato era stato un 1-1 di buon auspicio. Ce la giochiamo col cuore più che con i mezzi, come quasi sempre è successo.

Non proprio. Senza una vera punta di ruolo, con un centrocampo in totale balia del possesso palla magistralmente imbastito da Xavi, Iniesta, Fabregas e Xabi Alonso, l’Italia rimane in partita appena un quarto d’ora, quando David Silva viene pescato in area da un cross proveniente dalla destra. Il resto è accademia. La Spagna vince la finale con un passivo importante, un 4-0 che, unito alla conseguente scarsa competitività nelle competizioni europee per club, suona come un tonfo del calcio italiano più che mai desideroso di rifondazione.

Alle porte dell’imminente edizione francese, è facile supporre come le possibilità di una vittoria italiana dell’Europeo siano poche, rimanendo fedeli a una tradizione che la vuole favorita, ma mai vincente. Senza rifugiarsi nella scusante delle defezioni di due cardini del centrocampo azzurro come Claudio Marchisio e Marco Verratti, bisogna fare i conti con nuove forze che si affacciano sul panorama calcistico europeo – il Belgio (nello stesso girone italiano) e l’Austria ne sono un esempio – oltre che alle solite Spagna e Germania.

Inoltre, il bacino tecnico da cui attingere è più che mai povero e discontinuo: il tentativo di trovare un giocatore capace di illuminare, di trovare la giocata e decidere la partita in ogni momento, sembra vano.

Confidare nel forte impatto emotivo e psicologico di Antonio Conte deve essere un’arma.

Potrebbe deporre in favore della Nazionale la nuova formula che vuole anche le quattro migliori terze qualificate agli ottavi. Rimanerne fuori sembra difficile.

Il rischio di assistere ad un’altra pagina in cui l’Italia, sportiva e tifosa di calcio, possa passare un’estate di amarezza è concreta. Di sicuro la Snai proporrà una quota alta per la sua vittoria, motivo per il quale investirci un euro potrebbe risultare fruttuoso.

 

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