Mamma, ho visto il Crotone andare in Serie A

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Sono le 22.22 del 29 aprile 2016. E io sto piangendo di gioia. Ho una bottiglia di spumante in mano e sono davanti alla tv con mio nonno. Ho scelto di vedere con lui la partita più importante della storia della Squadra della mia piccola città. Quella in cui abbiamo conquistato, aritmeticamente, la Serie A.

Sono le 22.22 del 29 aprile 2016 e io ancora non ci credo. Sono stato zitto fino ad oggi per scaramanzia, pur vedendo intorno a me l’impresa avvicinarsi giorno per giorno. Partita dopo partita. Ho visto la mia città colorarsi di rosso e blu.

Ho visto la gente sorridere. Era da molto tempo che non succedeva.

Mio nonno mi racconta del passato di questa formazione, partita dall’ultima categoria e capace in poco tempo di scalarle tutte e arrivare tra gli ‘angeli, nel ‘calcio che conta’. Mi racconta la storia del Capitano Ezio Scida, al quale è intitolato lo Stadio. Uno Stadio che, per il momento, non è ancora a norma per affrontare il campionato venturo.

Io gli dico che fuori c’è una festa immensa, sulle note di Rino Gaetano. E sono contento che lui, 94 anni, abbia potuto vivere questa notte. Proprio lui che abita a due passi dall’ospedale che ‘protegge’ lo Stadio.

Favola Crotone Serie A 2016

Ci sono andato quasi sempre quest’anno, così come l’anno scorso. Erano dieci anni che non vivevo quel calore, quel brivido, quei cori, quell’atmosfera unica che solo una cittadina del Sud puo’ regalarti. Il Perché? Come tutti sono emigrato per cercare fortuna e lavoro altrove, e dopo i primi due anni di B ho perso molte stagioni. Ho vissuto a distanza il sogno dei play-off di qualche anno fa: Florenzi, Bernardeschi. Ora giocano con Roma e Fiorentina, ma poco tempo addietro sono stati i protagonisti di un miracolo quasi compiuto.

Quest’anno, però, tutto è stato diverso. In giro dicevano che era l’anno del Crotone. Così qualcuno ha iniziato a sognare.

Eppure questa squadra era costruita per ripetere la salvezza sofferta dello scorso anno. Ricordo come fosse ieri quella notte di Maggio del 2015: Crotone-Virtus Entella. Ultima giornata di campionato. Serve una vittoria, o un pareggio con la complicità dei risultati dagli altri campi, per rimanere in B. Ricordo che il magazziniere, per perdere tempo, durante gli ultimi minuti della partita accese le ‘piogge’ in mezzo al campo. Ricordo le risate goliardiche sugli spalti. Ricordo che Francesco Modesto, un crotonese come me, salvò sulla linea un gol che ci avrebbe condannato ai play-out o peggio ancora alla Lega Pro diretta.

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Mi ero preparato ad un altro campionato in trincea. Ma avevo fiducia. Sapevo che in panchina si sarebbe seduto (seduto? Non lo ho mai visto seduto) un Signore croato che qui ha vissuto cinque anni della sua carriera prima di trasferirsi a Genova e diventare l’uomo d’ordine in campo del nostro ex Mister Gasperini. Quel signore, appese le scarpe al chiodo, ha iniziato a fare l’allenatore assieme al suo maestro.

Era alla sua prima esperienza importante, Ivan Juric. Uno che a fine partita con una semplicità incredibile prepara la sua sigaretta di tabacco e lascia il campo senza dedicarsi alle luci dei fotografi o alla gloria istantanea con cui vogliono incensarti i giornalisti. Uno che sprona la squadra fino all’ultimo secondo, che difende i suoi ragazzi come fossero suoi figli.

Quest’anno un miracolo già c’era stato. Un evento insolito per una città come la nostra. Era l’1 dicembre e la città si era svuotata. Più di cinquemila persone sono partite alla volta di Milano, per invadere lo Stadio San Siro e tifare i propri colori contro il Milan. Sembrava un film, ma era realtà. Pensavo che andassimo lì e prendessimo una valanga di goal. Invece il Crotone, in quella notte di dicembre, fugò ogni emozione per mettere sotto il Milan. Per costringerlo ad arrivare fino ai tempi supplementari. Ho ancora negli occhi l’azione con la quale Ante Budimir, un signore che fino all’anno scorso giocava nella B tedesca, infila Christian Abbiati per il goal dell’1-1.

Di Ante Budimir potrei dire tanto. A portarlo qui è stato il D.S. Beppe Ursino, uno che da anni scova talenti in giro per l’Europa e per il nostro Paese. Li piazza nel Crotone e con l’aiuto dello staff tecnico li valorizza. Talenti che arrivano ragazzi e vanno via uomini. Il numero 17 rossoblù quest’anno ha già segnato 16 gol. Diciassette se consideriamo quello in Coppa Italia. E’ il terminale offensivo di una formazione che gioca un calcio offensivo, che investe su passaggi veloci e non possesso palla. Di un tridente che lo vede al centro, di fianco a un baby-talento (Federico Ricci, scuola Roma come Florenzi) e Raffaele Palladino.

Ho iniziato a pensare che la società stesse facendo sul serio proprio con l’arrivo di quest’ultimo. Dopo il fallimento del Parma, dopo le delusioni subite per colpa di un Presidente che ha mandato in avaria una delle più belle realtà del calcio, Palladino è approdato a Crotone ed ha ricominciato daccapo. A soffrire, allenarsi, sudare, correre, divertirsi. A prendersi la responsabilità di battere il rigore che ci consegna alla storia, che fa esplodere di gioia un popolo.

Sono le 22.22 del 29 aprile e ho in mente i sacrifici di quei tifosi che da anni, con pochi soldi, percorrono l’Italia in lungo e in largo per seguire la propria squadra del cuore a prescindere dalla sua posizione in classifica. Ho negli occhi le partite di Serie D, con i capitani che scambiavano fiori e gagliardetti a centrocampo, le urla della Curva Sud, le invettive dalla tribuna.

Ci vorranno giorni prima di realizzare, forse. Ma so già che non dimenticherò quelle luci di San Siro, nonché le tappe più importanti di questa straordinaria cavalcata: la vittoria contro il Cagliari, dopo la sonora sconfitta all’andata, in uno stadio pieno; la rimonta contro il Bari, la vittoria contro il Pescara (anche questa volta vendicando la sconfitta dell’andata).

Non dimenticherò mai che il gol più importante per la Serie A lo ha segnato un mio concittadino: proprio quel Francesco Modesto che l’anno scorso salvò il gol sulla linea, e che quest’anno dopo la rete andò sulla curva ad urlare con orgoglio più volte “Io sono crotonese”. Quella curva in cui tifava da piccolo, prima di calcare i campi di tutta Italia e vestire le casacche di Cosenza, Parma, Genoa, Pescara. Di giocare con e contro i più grandi campioni. Era il 23 aprile, giorno uguale al suo numero di maglia.

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Ho visto la città commuoversi. E sono commosso anche io.

Sono le 22.22 del 29 aprile 2016 e per la prima volta nella sua storia, ricca di filosofi e conquistatori greci, di giorni di dolore e precariato, il Crotone è in Serie A. E il cielo è sempre più (rosso) blu.

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