Da Tinkerman a Thinkerman, fenomenologia civica di Claudio Ranieri

Claudio Ranieri Panini

“Aò, hai visto Ranieri?”: i miei amici, soprattutto quelli romanisti, al telefono o su Facebook, in questi giorni non mi danno tregua,  è il tormentone della settimana. L’ ho visto Ranieri, l’ho visto. Anzi l’ho ri-visto.

Romano de Roma

La prima volta che ci siamo visti esattamente era nella stagione calcistica ’73-74; l’appuntamento era sull’album delle figurine Panini.
La “Rometta” di Anzalone all’epoca era una squadra da centro classifica, alla lettera direi: si piazzava regolarmente ottava su sedici squadre.
Vestiti di un improbabile, bruttissimo, arancio con i risvolti rossi, i titolari comparivano nella pagina di sinistra, un mix di scoppiati arrivati da altre squadre, vecchie glorie a fine carriera (Domenghini, Prati), senatori (Ginulfi, Cordova, Santarini) e qualche giovane di talento, come Rocca o Di Bartolomei.

Claudio Ranieri invece era nella pagina di destra, quella delle riserve, e la sua scheda riporta:

Terzino, m.1,82, kg 73, cresciuto nella Roma.

Sguardo orgoglioso (come solo un vero “romano de Roma” può avere), serio, serissimo, perché ha conosciuto presto il lavoro e ne conosce il significato: il padre è commerciante, ha una macelleria a Testaccio, proprio sulla piazza principale, Claudio fa il ragazzo di bottega.

Sembra un po’ stupito di essere diventato anche lui una figurina, proprio  lui, il “cascherino” che si occupa delle consegne del negozio; una bella faccia da figlio del popolo ma che non ha niente delle facce di borgata alla Pasolini, al limite sarebbe perfetto per una commedia agro-dolce di Aldo Fabrizi o Castellani.

Insieme a Ranieri, gli altri rimpiazzi: Negrisolo, il pur talentuoso Spadoni che interruppe la carriera per un brutto  incidente al menisco (all’epoca non era facilmente operabile come adesso), i misconosciuti Bertini e Orazi ( ma senza  Curiazi…) e poi, addirittura, Franco “Spadino” Selvaggi che finirà nell’impresa mondiale di Spagna 82, qui giovane e grasso ritratto in uno sfondo bucolico del Tre Fontane, perché Trigoria ancora non c’era.
Sembra più un pastore che un calciatore, più di una volta, nell’auto-suggestione, mi era sembrato di vedere delle pecore sullo sfondo.

Ma già nel rooster del successivo campionato 1974-75, quando la Rometta approda alla maglia vinaccia (ma proprio giallo-rosso, giallo-rosso mai? Negli anni Trenta esisteva addirittura una maglia verde, figuratevi), quello della prima “era Liedholm” e del famoso terzo posto, dietro a Juventus e Napoli , del ragazzo Ranieri già non c’è più traccia.
E’ migrato verso lidi giallo-rossi (questi sì, veramente), al Catanzaro, e lì farà parecchie stagioni prima di andare al Catania e poi chiudere al Palermo.

Claudio Ranieri Panini 2

Insomma, lupacchiotto ma per poco, congedato e scaricato in fretta e furia, così come succederà quando ritornerà a Roma da allenatore: nel 2009-10 arriva il secondo posto in campionato, due soli punti dietro l’Inter, campioni “virtuali” per trentasette minuti (e qui c’è lo zampino della Lazio) e poi, l’anno successivo, ciao, ciao Claudio, non è più aria.

Chi lo festeggia a Roma e Testaccio come lo storico Roma Club del Rione, cosa festeggia allora?

ranieri striscione testaccio roma

Non si capisce bene, se non un legame “ab origine” con il quartiere e con la squadra.
Ma si sa, a Roma e alla Roma siamo sempre pronti a festeggiare, soprattutto perché le vittorie scarseggiano e quelle degli altri fanno comodo.

Il ragazzo di San Saba

Cuore testaccino, sì, è vero, più che altro perché Claudio trottava tutto il giorno da un cliente all’altro e doveva correre di qua e di là per le consegne, a piedi o con il motorino.
Ma il suo cuore affettivamente batteva dove era nato e cresciuto, a San Saba. Già, perché Testaccio sta davanti all’ Aventino, uno dei sette colli, e l’Aventino sta davanti a San Saba, una collinetta dove una volta, nella Roma antica, c’era una caserma dei “vigiles” e una piscina pubblica. Poi nell’ VIII secolo una comunità di monaci venuti dall’Oriente ci si stabilì e nacque la basilica omonima, magnifica e suggestiva.
Intorno alla basilica all’inizio del Novecento il sindaco Nathan, ebreo, massone e socialista, volle costruire una garden-city a misura d’uomo come quelle che aveva visto nella sua madrepatria, l’Inghilterra.
E con l’aiuto dell’architetto Pirani ci riuscì: non più “barocchetto” come a Montesacro e alla Garbatella ma palazzine basse, mattoncini rossi, scaletta d’entrata e piccoli cortili.
Tutto molto verde e tutto molto british, a uso e consumo di operai, artigiani, commercianti. Insomma, il popolo.

Certo, a San Saba ci viveva anche De Sica, ma i ragazzi come Ranieri non potevano nemmeno sfiorare il lusso degli edifici più moderni o dei grandi collegi pontifici della zona.

Come in un paese, abbracciati dalle vie intitolate a grandi pittori e architetti, però si ritrovano ogni giorno nella Piazza principale, Piazza Bernini, con le sue location: la chiesa, il bar, i giardini, il mercato, la scuola.
E  l’Oratorio.

Qui Claudio, ovvero “Lopecia” o “Er Pecione” (cioè, in romanesco, uno che non fa mai niente bene e si arrangia sempre) come lo chiamano gli amici, tira i primi calci al pallone, finché non passa a una società satellite della Roma e poi nelle Primavera della Lupa, dove Herrera da bravo Mago lo trasforma da centravanti a terzino.

Poi l’esordio in Serie A con un altro mago, lo Scopigno del “miracolo” del Cagliari del 1970, quello di Gigi Riva per capirci.

La rivincita dello stagnino

E’ fatta, è un calciatore professionista, le consegne per  il negozio di famiglia sono solo un ricordo.
Comincia la carriera da giocatore che, quasi senza soluzione di continuità, tracima in quella da tecnico: dopo le prime esperienze poi tocca a Cagliari, Napoli, Fiorentina, Valencia, Atletico Madrid, Chelsea (4 anni), Parma, Juventus, Roma, Inter, Monaco e la Nazionale Greca, ma a parte una Coppa Italia e una Supercoppa con la Fiorentina e una Copa del Rey con l’Atletico, arrivano solo secondi posti e una semifinale di Champions.

Ogni volta sembra fatta e ogni volta il traguardo vero, quello che fa ti passare alla storia, Claudio non lo taglia mai.
Eppure, dopo il trionfo di Leicester, dice “ci ho sempre creduto”.

E se credi in te stesso, prima o poi qualcosa arriva, persino una favola con lieto fine da raccontare ai nipotini, così bella da far sgorgare i lacrimoni agli appassionati di calcio d’ogni dove: un grande tecnico che nessuno vuole più e che va a allenare in provincia, una squadra di una piccola città inglese che lo chiama per salvarsi dignitosamente e che invece vince la Premier League, facendosi beffa di Manchester, Arsenal, Liverpool.(c’era una virgola in più e allenatore ripeteva allenare).

Tutto molto bello, avrebbe detto Bruno Pizzul.

Come l’ultimo atto: Claudio non vuole vedere la partita tra Tottenham e Chelsea che potrebbe portagli il titolo, viene a Roma dalla mamma ( 94 anni, salute…) e aspetta.

Ma il patron thailandese  del Leicester gli ha messo a disposizione a Ciampino il jet per tornare alla base; dalle foto ufficiali sembra Forrest Gump, un po’ spaesato brinda a champagne con una non meglio precisata hostess, anche lei thailandese, ovviamente.
Non è il suo mondo, ma tant’è, la festa sta per cominciare.
Lo sa, anche se non lo dice: sta per essere incoronato il Re d’Inghilterra.
Non è più “Er Pecione” né il “Tinkerman”, lo Stagnino, come lo chiamavano al Chelsea perché si arrangiava con pochi mezzi e pochi talenti,  ma il “Thinkerman” (con l’acca), il Pensatore, come lo chiamano adesso a  Leicester con un gioco di parole tutto inglese.

E allora sull’aereo probabilmente chiude gli occhi, pensa e  ripensa. Sorridendo, perché un romano non abbandona mai l’ironia e l’autoironia.
I pensieri arrivano veloci; vede San Saba, gli amici, la chiesa, l’oratorio, la polvere, il pallone che rotola.
E le casette di mattoncini rossi, basse, basse, con la loro scaletta e il loro cortile.
Proprio come quelle di Leicester.

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