Quel 1976 pazzesco quando Panatta vinceva tutto

Si aggiudicò gli Internazionali di Roma, il Roland Garros e  – insieme a Bertolucci, Barazzutti e Zugarelli – la Coppa Davis. Adriano era in stato di grazia e, se avesse giocato la finale di Coppa dei Campioni, avrebbe vinto anche quella. Da solo.

Adriano Panatta 1976 Internazionali Roma, Roland Garros Parigi, Coppa Davis

La leggenda vuole che alle Tre Fontane, sulla Laurentina, non troppo distante dall’Eur, venne portato
San Paolo per essere decapitato, una morte rapida e indolore perché aveva ereditato dal padre la cittadinanza romana e ai Romani venivano risparmiate le sofferenze atroci della crocifissione.
Così la testa “rimbalzò” tre volte e ad ogni rimbalzo, diciamo così, zampillò miracolosamente dell’acqua, le Tre Fontane appunto.

Molti secoli dopo, negli anni Sessanta del Novecento, più o meno dalle stesse parti sarebbe stato costruito un circolo sportivo dove un ragazzino romano avrebbe visto rimbalzare per ore e ore ben altre cose: palline da tennis, per la precisione.
Ore e ore, sì, perché il ragazzino è un “predestinato” del tennis e i suoi maestri, giorno dopo giorno, gli stanno facendo prendere il volo.

Adriano Panatta, gli inizi

Il padre, Ascenzio Panatta, è il custode di un circolo di ben altro blasone, il mitico “Circolo Tennis Parioli”, dove fa tappa fissa uno dei più forti giocatori al mondo, il Number One italiano Nicola Pietrangeli.
“Ascenzietto”, come lo chiamano gli amici, al circolo può vedere all’opera “Nickie” e tanti altri grandi giocatori e molto presto decide che non può essere solo uno spettatore.
Vuole diventare uno di loro.
Vuole giocare a tennis.

Così viene fuori un talento, tanto che il padre devo farlo trasmigrare al Tre Fontane e poi al Circolo Coni del Foro Italico per trasformarlo in un professionista.
Adesso si fa sul serio.

Il ragazzino diventato ragazzo si fa strada finchè nel 1970 ai Campionati Italiani Assoluti arriva alla finale con il campione in carica, sempre ovviamente Pietrangeli,  e, a sorpresa, lo batte.
Forse è un caso, un exploit straordinario.

Ma l’anno dopo, risuccede: e allora non è più un caso, è un vero e proprio passaggio di consegne generazionale.
Il ragazzo adesso è il nuovo Number One, Pietrangeli e il suo tennis “old style”, anche se onusto di gloria, possono andare in pensione, arriva un tennis nuovo e più moderno: palleggio da fondo, va bene, ma anche battuta violenta, discese a rete aggressive e volée spettacolari.
E gli amici si risparmiano l’ironia, finalmente:  non lo chiamano più “Ascenzietto”, ma con il suo nome, Adriano.
Anzi lo scandiscono, cantilenato, mentre seguono le sue partite dagli spalti:

“Aaaa-driaaa-nooo!”.

Il trionfo di Panatta agli Internazionali di Roma del 1976

Come il pubblico degli Internazionali di Roma del 1976 che accompagna così le sue gesta tennistiche sospingendolo fino in fondo: dopo aver annullato ben 11 match point all’australiano Warwick nel primo turno, supera l’altro australiano Newcombe in semifinale  e poi, come se niente fosse, liquida 3 set a 1 il fortissimo argentino Guillermo Vilas in finale.

Panatta diventa l’ottavo Re di Roma molto tempo prima di Totti (anzi, sarebbe meglio dire l’Imperatore Adriano) e verrà incoronato nell’arena del Foro Italico, l’impianto voluto da Mussolini per celebrare ben altra, maschia, romanità ma che alla fine ancora oggi rimane l’unico spazio cittadino dove si celebrano le imprese sportive, dal nuoto al tennis, dall’ atletica al calcio.

Eppure, nella “walk of fame” del Foro, quella di Viale delle Olimpiadi, il presidente del Coni Giovanni Malagò ha dovuto faticare e non poco perché accanto alle targhe dedicate a Pietrangeli, Barazzutti e Lea Pericoli comparisse anche quella di Panatta, vittima di una durissima guerra con il suo ex-amico ed ex-alleato Binaghi (è lui che lo fa eleggere nel  2000 e il dirigente sta ancora lì), il presidente della Fit, la Federazione Italiana Tennis, che era riuscito quasi a farlo radiare.

La vittoria di Panatta al Roland Garros del 1976

Cosicché mentre a Parigi Adriano è stato invitato al Roland Garros per premiare il vincitore della prossima edizione degli Internazionali di Francia e per festeggiare la sua  vittoria sempre targata 1976 (una settimana dopo il Foro Italico, grande doppietta, stato di grazia, Borg fatto fuori ai quarti, se avesse giocato la finale di Coppa dei Campioni Panatta quell’anno probabilmente avrebbe vinto anche quella, da solo) a casa, a Roma, tutto tace, a parte un contentino, cioè l’invito  a presentarsi  e festeggiare al “Lounge” degli Internazionali, così, per un aperitivo in terrazza come un pensionato qualunque che brinda ai bei tempi andati.

Il trionfo storico del’Italia in Coppa Davis nel 1976

Pasticciacci, compromessi mediocri e paradossi sublimi, anche perché nel 1976 dopo Parigi Adriano compie la sua ultima impresa dell’anno: con la Nazionale azzurra vince la Coppa Davis in Cile.
Una squadra fortissima, guidata dal sempreverde Pietrangeli in veste stavolta di capitano non giocatore, che riesce in quello in cui nessun altra squadra in Italia era ed è mai più riuscita a fare.

Un documento eccezionale: l’unico filmato al mondo che documenta l’unica vittoria dell’Italia nella Coppa Davis di Tennis, ottenuta nel 1976 a Santiago del Cile. La regia è di Gigi Oliviero.

La vita privata di Panatta

Così, quel ragazzo con il ciuffo che aveva visto sbocciare nella romanità il suo talento e che alla romanità più pigra e molla spesso lo svendeva, il bel giovanottone presenzialista della Capitale by night che amoreggiava con Loredana Bertè  (poi la presenterà all’amico Borg), il figlio del custode che in Cile, come provocazione contro il regime di Pinochet, aveva insistito per indossare una maglietta rossa, l’ex-politico rutelliano e assessore per lo sport alla Provincia di Roma, il neo-opinionista  di (improbabili) programmi tv in compagnia di Antonello Piroso e Fulvio Abbate, insomma “Panattone” nostro, l’unico, vero, divo del nostro tennis, durante questi Internazionali non calpesterà ancora la terra del Foro Italico, magari con i suoi antichi sodali di Coppa, Bertolucci, Barazzutti, Zugarelli, per una qualche, dovuta, bella, magari commovente, celebrazione.

Non dirà ma nemmeno sentirà nessuna parola di ringraziamento o di festeggiamento, né sentirà i flash dei fotografi in viso, sugli occhi.

Ma sicuramente in questi giorni, quarant’anni dopo, sentirà  ancora il rumore della pallina, dell’impatto con la racchetta, dell’aria che si muove sui dritti, sui rovesci e sulle schiacciate; e poi la voce dell’arbitro che chiama gli out e conta giochi e set e le gocce di sudore che ti rimangono addosso perché gli Internazionali  a Roma ci sono a Maggio e si giocano ( anzi, mi correggo, si vincono) che fa già caldo.

E l’urlo del pubblico che in quel lunghissimo, pazzesco, straordinario 1976 lo ha sempre sostenuto:

“Aaa-driaaa-anooo!”.

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