Biocarburanti: non più solo dal mais ma ora anche dai cactus

Saranno i fichi d’india, che appartengono alla ben nota famiglia dei cactus, il prossimo rimedio globale a buon mercato contro l’esaurimento dei carburanti e delle fonti di energia basate sul carbonio? Sono davvero i cactus la nuova frontiera della produzione dei biocarburanti?

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Ci sono oggi sempre più problemi nell’utilizzo di colture alimentari come mais e canna da zucchero per il mercato dei biocarburanti, compreso il fatto che anche queste colture utilizzano terreni agricoli che potrebbero essere altrimenti utilizzati per la coltivazione di altre specie vegetali. Ma una nuova ricerca mostra che altri tipi di piante, in particolare le piante che crescono su terra arida come il fico d’india, potrebbero essere trasformati in benzina.

Fino al 18 per cento del paesaggio del mondo è costituito da terreni semi-aridi, in gran parte non utilizzabili per l’agricoltura. Con il cactus, infatti, non si ha a che fare con una coltura privilegiata tra quelle alimentari, come il mais, che vine però utilizzata per il mercato dei carburanti.

Senza pensare a tutto l’aspetto collegato alla conservazione e al risparmio dell’acqua! I cactus non hanno bisogno di molta acqua per crescere perché la pianta immagazzina l’anidride carbonica durante la notte per alimentare la fotosintesi di giorno. Non molto acqua viene persa in questo  processo grazie ad un piccolo fenomeno elegante chiamato sistema di fotosintesi CAM (CAM).

L’imprenditore Mike Mason, che ha guidato il lavoro, spiega che la produzione di energia elettrica da biogas è incredibilmente flessibile, si può aumentare o diminuire a seconda che la domanda vada su o giù. Il problema è che non ci sono molte risorse da trasformare in biogas ed è un processo terribilmente costoso. Ma le piante CAM, che possono essere coltivate a buon mercato su terreni marginali, hanno il potenziale giusto per cambiare questo stato di cose.

Mason stima che ci vorrebbe un impiego tra il 4% e il 12% dei terreni aridi disponibili per genera un tot di elettricità all’anno, equivalente a quello generato dal gas naturale. I prodotti della fotosintesi anaerobica, ricchi delle sostanze nutritive delle acque reflue, possono essere riutilizzati per l’irrigazione o come fertilizzanti. L’acqua di scarico potrebbe essere utilizzata anche per forme altamente produttive di acquacoltura – cioè potenzialmente per aumentare la produzione da terra di biocarburanti anziché diminuirla.

Ma oggi siamo ancora incerti all’idea di trasformare i nostri deserti in aziende che producono energia elettrica dall’utilizzo dei catcus in essi presenti, forse perché non vogliamo che l’intero pianeta arrivi a prosciugarsi in un gigante deserto.

Oggi, nel frattempo, la coltura che tiene testa nel mercato dei biocarburanti è quella del mais. Un sacco di rifiuti ricchi di carbonio vengono infatti lasciati alle spalle delle trebbiatrici dopo  che un campo di grano è stato spogliato delle sue spighe. Gli steli, le foglie e le pannocchie inutilizzabili invece che rimanere sui campi a marcire per prevenire l’erosione del suolo e per permettere al prossimo raccolto di essere migliore, vengono oggi estirpati e sempre più spesso inviati a bioraffinerie di etanolo. Milioni di galloni di biocarburanti dovrebbero essere prodotti a partire da tali rifiuti nel corso di quest’anno – una cifra che solo in America potrebbe salire a più di 10 miliardi di galloni nel 2022, per soddisfare i requisiti federali.

I fichi d’India potrebbero allora essere una valida soluzione a tutto questo?

Via | grist

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