Barriere ecologiche contro l’innalzamento degli oceani

Il cambiamento climatico, il surriscaldamento globale e il conseguente innalzamento del livello degli oceani sono problemi reali. Da diverso tempo scienziati da tutto il mondo lanciano moniti e avvertimenti sulla pervasività e l’importanza di questi fenomeni che nella vita di tutti i giorni rischiano di apparire piuttosto remoti ma per la sopravvivenza del Pianeta sono cruciali. 

Circa un anno fa abbiamo appreso che la calotta di ghiaccio dell’Antartide occidentale sta collassando. I ghiacciai lungo il Mare di Amundsen, infatti, non si stanno solo ritirando, ma è persino improbabile fermare la sempre maggiore discesa del fondo marino che giace sotto di loro.

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La calotta di ghiaccio dell’Antartide occidentale sta veramente collassando

La situazione diventa sempre più critica anche presso il polo, nell’Artico abitato da migliaia di specie animali, che spesso si trovano ad essere testimoni inconsapevoli del cambiamento. Non appena il ghiaccio che si trova lungo le coste dell’Alaska si scioglie, ad esempio, decine di migliaia di trichechi vengono a riva. I trichechi normalmente stazionano su pezzi di ghiaccio che galleggiano nel mare, ma quando quel pezzo di ghiaccio che era la loro casa scompare sono costretti a nuotare per lunghe distanze per trovare finalmente un po’ di riposo a terra. Questa situazione è diventata pressoché la norma nell’ultimo periodo.

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Il ghiaccio dell’Alaska si scioglie e i trichechi corrono a riva. A migliaia

Alla luce di queste evidenze, molti paesi stanno correndo ai ripari per rinforzare le loro linee di costa ed evitare che nel giro di pochi anni buona parte delle zone costiere vengano sommerse dalle acque. Gli Stati Uniti sono tra i paesi che stanno già facendo fronte a questo problema.

Dalle dighe in calcestruzzo alle barriere ecologiche marine

Dal momento che a causa dell’innalzamento del livello dei mari le acque iniziano a insinuarsi lungo le coste, in molte zone si stanno costruendo muri e dighe per cercare di mantenere l’acqua al di fuori delle zone abitate. Alcuni dati dicono che il 14 per cento delle coste degli Stati Uniti è già stato “blindato” – vale a dire, rinforzato con infrastrutture resistenti come moderne dighe in calcestruzzo. Ma questa è una soluzione imperfetta, dicono gli scienziati. Gli studiosi del NOAA pensano infatti che queste armature costiere possano solo distruggere l’habitat delle specie marine e provocare una erosione delle coste ancora più veloce.

Una soluzione migliore potrebbe essere invece quella di costruire delle barriere ecologiche marine, un design che stabilizza le coste con un sapiente uso di piante delle zone umide, dune di sabbia, pietre e altri elementi naturali (quali barriere di ostriche, barriere coralline, mangrovie, e così via quando le condizioni meteorologiche lo consentono).

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Queste barriere ecologiche marine svolgono la stessa funzione delle loro controparti in calcestruzzo – cioè proteggono le comunità e le infrastrutture dai danni causati da eventuali tempeste e inondazioni – ma sono dotate di alcuni vantaggi.  A differenza delle più moderne strutture ingegneristiche le barriere ecologiche sono relativamente poco costose, sono più resistenti alle tempeste, e non alterano l’equilibrio della fauna che vive nei mari e negli oceani.

Naturalmente, non si può insediare una struttura ecologica di questo tipo su un qualsiasi vecchio tratto di costa. Queste funzionano meglio nelle zone di marea riparate, come la Chesapeake Bay, Puget Sound, o la zona dei Grandi Laghi, dove onde non troppo violente non riducono immediatamente tutto in pezzi.

Negli Stati Uniti grazie all’intervento del Corpo degli Ingegneri dell’Esercito, potrebbe presto essere molto più facile costruire litorali ecologici in molti punti delle zone costiere. L’organizzazione sta prendendo in considerazione una misura per ridurre il periodo di attesa per un permesso, da 215 giorni a circa 45.

Speriamo che questo accade, e che questa idea venga esportata anche altrove, perché continuare a cementificare le nostre coste senza sosta, significa perdere l’appoggio di quella preziosa biodiversità che oggi caratterizza gli ecosistemi marini.

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