Parentopoli: analisi psicologica di un fenomeno

Molte volte si pensa alla psicologia come una scienza che indaga unicamente i vissuti emotivi delle singole persone. In realtà la psicologia da sempre si è occupata dei fenomeni sociali cercando di analizzarli per ottenere una comprensione più approfondita e poter intervenire a sostegno della collettività. In questi giorni è sotto accusa l’azienda dei trasporti pubblici di Roma: è scoppiato lo scandalo delle assunzioni facili.

Si parla di nuovo di Parentopoli. A prescindere dalla veridicità della questione, mi pare utile sottolineare alcuni mutamenti di pensiero che ormai da anni attraversano il sentire comune tra la gente.

A partire da Tangentopoli (Mani Pulite) per arrivare a Vallettopoli, Calciopoli ed appunto a Parentopoli, ormai si è rinsaldata una convinzione molto precisa e molto nociva: in Italia la meritocrazia è pura fantascienza.

Sempre più giovani, e non solo loro, credono che essere competenti non valga nulla: quello che fa la differenza, soprattutto per trovare un lavoro, sia avere qualche santo in paradiso, chi si conosce e a quale parrocchia si appartiene.

Ma quali sono le conseguenze di questo modo di pensare e di vivere la dimensione lavorativa, se non addirittura la dimensione sociale del Paese?

Sempre meno si finisce per investire sui propri progetti lavorativi, sempre meno si crede che mettere passione nel proprio lavoro abbia un qualche valore.

Per credere nel proprio lavoro bisogna pensare che questo possa essere valorizzato e, per prima cosa, riconosciuto. Parentopoli al contrario riporta indietro, riporta alla credenza che il “sistema famiglia” sia centrale in ogni cosa. Eppure il lavoro dovrebbe essere un’attività che segna il passaggio all’autonomia, alla fuoriuscita dalla propria famiglia d’origine per confrontarsi in un mondo adulto, che si rapporta in maniera produttiva.

Invece accade che oggi la maggior parte dei giovani pensi che l’unico modo per avere uno spazio nella società sia quello di stringere amicizie importanti e di sottomettersi al potere per ottenere un lavoro. Oppure, al massimo, si pensa ad emigrare.

Ma la realtà è ben altra: nessun sistema si regge a lungo su questi presupposti.

Ed allora iniziare a impegnarsi nel proprio lavoro, puntare sulle proprie competenze, sviluppandole, coltivandole con pazienza e proponendole con energia ed entusiasmo è l’unica ricetta per contrastare questo tipo di modo di pensare. Forse all’inizio si passerà per idealisti, per sognatori; ma che senso avrebbe ottenere un lavoro non meritato? Quale soddisfazione si ottiene lavorando senza un reale investimento emotivo?

E allora, riuscire a credere nei propri progetti, avendo il coraggio di portarsi avanti con determinazione, è già una prima conquista, ed è, già da sola, il motore che muove la nostra vita.

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