Autismo

L’autismo è un termine introdotto da un noto psichiatra svizzero, E. Bleuler, che sta ad indicare un tipo di individuo che è completamente attratto dalla propria esperienza interiore e che ha difficoltà ad interessarsi alle esperienze o alla realtà esterna. Questo vocabolo ha un derivazione dal termine greco autòs che designa il significato “se stesso” e di conseguenza, come già detto, è relativo alla difficoltà di interessarsi a nulla che a se stessi.

Usualmente il termine autismo può essere utilizzato generalmente per descrivere questa chiusura di comunicazione verso l’esterno, sebbene sia soventemente legato all’età evolutiva, date le numerosi diagnosi di autismo infantile che ogni giorno vengono fatte.

Ma con esattezza come è strutturato il modo di sentire di un soggetto autistico? Quale può essere la psicodinamica? E sopratutto con quali altri costrutti è collegato l’autismo?

Bisogna dire che il pensiero autistico per certi versi è prodotto quasi unicamente dal soggetto, attraverso materiale onirico siano essi sogni, deliri, sogni ad occhi aperti, allucinazioni o fantasie in genere. Quando il materiale è invece tratto dalla realtà esterna, esso è così fortemente connotato dal vissuto soggettivo della persona che viene modificato completamente.

Per alcuni versi dunque possiamo stabilire anche una forte connessione tra il costrutto psicologico dell’introversione e quello dell’autismo:

la realtà esterna viene forzata rispetto alle proprie fantasie e bisogni interni fino al punto di escluderla completamente.

É importante sottolineare come ci sia comunque una differenza fondamentale tra autismo e autismo infantile precoce poichè nell’autismo in genere il soggetto tende a sottrarsi dal rapporto con la realtà mentre nell’autismo infantile precoce questo contatto con la realtà non è mai avvenuto, e quindi non viene sottratto ma mai costruito.

Ci sono molte teorie rispetto all’autismo infantile precoce:

troviamo la spiegazione biologica che per alcuni versi riconduce l’autismo infantile precoce ad un modello basato su motivazioni genetiche, o comunque mediche a modelli che sostengono di contro l’importanza degli aspetti psicologici nel determinare questo tipo di patologia.

Troviamo autori quali A. Spitz che riteneva centrali le carenze affettive nel produrre l’autismo, ma anche Eisenberg sottolineava la centralità degli aspetti relazionali nella genesi di questa patologia attraverso una dura critica all’educazione fornita ai bambini, una educazione a suo parere votata al conformismo e all’obbedienza cieca.

Ovviamente, oggi la scienza ritiene esente l’educazione in famiglia o gli aspetti psicologici relazionali dal produrre una simile patologia, vedendo l’autismo come una malttia multifattoriale.

Difatti, la base innata che vede il bambino autistico come un bambino che viene al mondo con un handicap mentale, può essere alleviata da particolari interventi psicologici, solitamente di natura comportamentale o cognitivista. Questi interventi aiutano il bambino a promuovere delle competenze relazionali nel rapporto con il mondo esterno, sollevando (solo parzialmente, purtroppo) le figure accudenti da difficoltà emotive molto forti nel farsi carico della relazione con il bambino.

Sicuramente l’autismo è una patologia che non colpisce unicamente l’individuo ma coinvolge tutta la famiglia e la società in genere.

Per alcuni versi l’obiettivo che può porsi la psicologia è quello di favorire possibilità di convivenza attraverso lo sviluppo di elementi di solidarietà che permettano la relazione tra persone autistiche e i loro possibili contesti di appartenenza.

Quindi, non si tratta tanto della cura psicologica dell’autismo, ma del saper intervenire nei contesti organizzativi, sapendo costruire competenze legate alla relazione con la diversità.

Commenti

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.