Un nemico, un avversario e la questione linguistica di Trump

Le ultime dichiarazioni del candidato repubblicano alla Casa Bianca fanno intravedere la sua strategia politica.

Trump, candidato alla Casa Bianca, per moltissimi aspetti ricorda Berlusconi, o almeno così dicono i commentatori italiani. Ed è vero che ci sono parecchi punti in comune tra il magnate americano e l’ex Cavaliere. 

Esattamente come Berlusconi, anche Trump ha bisogno di costruire la sua campagna elettorale attraverso l’individuazione di un nemico (il capro espiatorio per giustificare ogni azione economica, militare o pseudo tale), la scelta di un avversario (da cui vuole distinguersi per definire la propria identità), la definizione di un nuovo vocabolario (utile per costruire l’idea di stato nuovo, per favorire il new deal). I tre elementi in questione sono emersi dai discorsi pubblici di Trump che ha detto che il Messico (il nemico) è pronto per attaccare gli Stati Uniti, ha dichiarato che Obama (l’avversario) ha violentato Israele, ha ribadito che molti americani che lo accusano di xenofobia non sanno nemmeno cosa vuol dire xenofobo (il nuovo vocabolario).

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L’individuazione del nemico

Il Messico e i messicani, per Trump, sono da sempre il nemico da combattere. Ha auspicato anche la costruzione di un improbabile muro sul confine ma non è questa la cosa essenziale. Davanti alla folla riunita di fronte alla fabbrica di lampadine a Manchester nel New Hampshire, Trump ha detto che la fabbrica chiusa è espressione della politica commerciale definita dai Clinton, moglie e marito. Poi, con fare scherzoso ma anche rinforzando una serie di concetti già espressi, ha detto che l’aereo che volava sulla sua testa avrebbe potuto essere il simbolo di un attacco già preparato da parte del Messico. Ha indicato il cielo e poi ha fatto una riflessione a voce alta:

“Quello lassù potrebbe essere un aereo messicano. Si stanno preparando ad attaccare. Ecco, questo è il modo in cui va avanti questa gente. Voglio solo dire che questa è una fabbrica ed è anche l’eredità che davvero Hillary e Bill Clinton ci lasciano, un’eredità in gran parte, anzi interamente dovuta al NAFTA.”

La scelta dell’avversario

Provare a differenziarsi da Hillary Clinton significa per Trump arrivare al confronto e potrebbe significare anche “perdere” il confronto stesso. Per questo è importante per lui spostare l’attenzione verso chi non è in corsa per la Casa Bianca, per esempio l’attuale presidente Obama, molto amato dagli elettori ma pur sempre fuori dai nuovi giochi elettorali. Trump ha deciso di prendere le distanze dal suo avversario giocando su una storica alleanza/amicizia degli Stati Uniti, ovvero Israele. Su Politico si riporta la dichiarazione di Trump che accusa Barck Obama di essere stato il presidente più anti-israeliano della storia americana, aggiungendo che per troppo tempo ha abusato di questa alleanza degli Stati Uniti:

“Io non credo che ci sia stato mai qualcuno che come presidente si è dimostrato più anti-Isreale di lui. E ho anche amici che sono ebrei, che hanno raccolto fondi per lui e adesso sono disgustati. Non riescono a credere a quello che sta succedendo. Secondo me lui [Obama] ha abusato di Israele”.

Il nuovo vocabolario

E alla fine si arriva al nuovo vocabolario che emerge da un’intervista radiofonica al candidato repubblicano. Tutti lo accusano di essere xenofobo ma lui, invece di “discolparsi” o di “scusarsi” per alcune dichiarazioni, getta benzina sul fuoco chiedendosi “quanti cittadini sanno realmente il significato della parola xenofobo?” È vero che le accuse a suo carico sono numerose: gli danno del razzista, del sessista, del bigotto, del fascista, dello xenofobo e dell’islamofobo. Ma Trump non sembra essere preoccupato: sono parole, lui non ha niente di cui scusarsi.

 

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