L’Islam in guerra con se stesso nella visione di un omosessuale

Parvez Sharma, racconta com’è vivere la propria omosessualità quando si ha bisogno dell’Islam

Un musulmano gay ha ripercorso la storia della sua religione attraverso un’esperienza personale nei paesi in cui l’Islam è diffuso e capillare arrivando alla conclusione che non si tratta di una religione “pacifica”. 

La cosa che ha subito sorpreso i musulmani moderati è che dietro la strage di Orlando ci fosse un nome islamico. Purtroppo bisogna riconoscere che l’Islam ha legato la sua storia contemporanea ad una serie di scontri e carneficine che non depongono a favore di questa religione monoteista.

Il racconto però parte da più lontano e precisamente dall’anno islamico 1432, anno in cui l’autore del saggio, Parvez Sharma, ha deciso di recarsi in pellegrinaggio a La Mecca, esattamente come la religione prescrive ai musulmani di tutto il mondo. Si è trovato così a discutere con persone con cui condivideva esclusivamente la fede ma non le credenze. Per esempio i vecchi musulmani che ha incontrato nella sua strada erano contenti delle opere architettoniche sponsorizzate dalla famiglia di bin Laden che ha sì distrutto tantissimi anni di storia e cultura islamica ma avrebbe anche realizzato alberghi super comodi da usare proprio in occasione dei pellegrinaggi. Peccato che soltanto l’1% dei pellegrini alloggi in queste strutture.

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Una battuta di cattivo gusto, venuta fuori una discussione aveva reso palese che i vecchi musulmani sono in grado di tollerare i fedeli che vivono in America e quindi sono da considerare musulmani americani ma sono ispirati da un machismo di fondo che rende intollerabile l’orientamento sessuale “deviato”. Insomma, sebbene si possa tollerare uno straniero musulmano, al contrario non è moralmente tollerabile un musulmano gay. Per lui sono previste soltanto punizioni corporali.

È chiaro che dopo la carneficina di Orlando, Parvez Sharma sia stato colpito profondamente dall’efferatezza degli atti. Tuttavia si dice poco sorpreso dall’accaduto perché nemmeno lui ha mai potuto rivendicare pubblicamente la propria omosessualità. Ha realizzato due film legati ai drammi della sua vita, il primo si chiama Jihad for Love ed è un documentario dedicato alla vita dei musulmani gay in tutto il mondo. Il secondo invece racconta la vita di un peccatore a La Mecca e lo sforzo di conciliare un cammino di fede personale con l’omosessualità nei luoghi sacri dell’Islam.

In realtà ora si potrebbe arrivare ad un nuovo documentario, quello che racconta della strana contemporaneità in cui attraverso i social tutti, anche un candidato alla Casa Bianca, può esprimere opinioni xenofobe. Di base, però bisogna rendersi conto che è inutile combattere contro l’Islam perché questa religione, in virtù della sua intolleranza, sta già affrontando una guerra intestina. E se Omar Mateens è un battitore libero in terra americana, bisogna fare attenzione a chi si trova nelle sue stesse condizioni ed opera in un contesto dov’è presente l’ISIS in grado di fare da collante tra estremismi e frustrazioni.

Mateens, stando alle ultime interpretazioni della strage di Orlando, era un musulmano gay che – incapace di vivere pienamente la sua sessualità – ha deciso di sfogare la frustrazione contro dei gay afroamericani, responsabili di vivere pienamente come gay nella società.

Ora dire che l’Islam è una religione di pace è riduttivo ma è altrettanto riduttivo pensare che si è musulmani soltanto “a tavola”. L’Islam è un composito, pieno di divisioni settarie e pieno di persone che ascoltando i dettami stringenti della religione, non riescono ad esprimersi a pieno. Da questa condizione di privazione nascono moltissime perversioni e tanta violenza. Non sarebbe il caso di rivedere i paletti dei credenti? Non sarebbe il caso di rivederli per ogni religione?

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