Il Donald Trump delle Filippine ha vinto le elezioni presidenziali

I più gentili definiscono Rodrigo Duterte il Donald Trump delle Filippine, ma è più facile che lo si conosca e riconosca per il soprannome, The Punisher!

Il nuovo presidente delle Filippine è un personaggio noto alla politica asiatica. È già stato sindaco di Davao City e per via dei legami con alcuni corpi paramilitari si è guadagnato il titolo di “Punitore”. Pare infatti che fosse legato ad un gruppo di giustizieri che a Davao City ha assassinato i membri della criminalità organizzata. Da questa discutibile attività il soprannome che fa riferimento al Punitore della Marvel, in grado di uccidere i criminali a sangue freddo.

Nonostante questi legami non esemplari e nonostante degli avversari temibili, Duterte è riuscito ad ottenere la maggioranza delle preferenze. Si parla del 39% circa dei voti al punto che quando lo spoglio non era ancora terminato, anche Grace Poe, la sua principale avversaria, ne ha riconosciuto la vittoria. I dati comunque dovranno essere vagliati dalla commissione elettorale delle Filippine e ci potrebbero volere diversi giorni prima che sia assegnata la vittoria. Certo è che non si tratta di un voto di protesta visto che Duterte ha vinto in un turno elettorale in cui si sono recati alle urne l’80% degli aventi diritto.

Durante la campagna elettorale e prima che si scoprisse la sua volontà presidenziale non si è tenuto alla larga da dichiarazioni imbarazzanti che lo hanno avvicinato moltissimo all’immagine di Donald Trump. Duterte, per esempio, dice di avere due mogli e due fidanzate. Charlie Campbell, giornalista del Time, in modo quasi incredulo, mette nero su bianco ciò che rende il nuovo presidente delle Filippine così simile al candidato alla Casa Bianca:

Uno (Trump) chiama i messicani stupratori; l’altro scherza sullo stupro di gruppo. Uno promette di costruire un muro sul confine messicano, l’altro minaccia la “macelleria dei criminali”. Entrambi hanno fatto discorsi imbarazzanti per vantarsi della dimensione delle loro mani. Ed entrambi hanno avuto una corrispondenza con il Papa.

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Campagne populiste che destano preoccupazione a livello internazionale. C’è già chi teme l’effetto domino. Duterte ha 71 anni, ha lavorato come avvocato e come procuratore ma secondo Amnesty International avrebbe favorito gli squadroni della morte, responsabili di 700 esecuzioni extragiudiziali. Duterte non sembra aver paura di queste accuse, anzi, come ricorda Phelim Kime in un articolo per l’Osservatorio sui diritti umani:

Duterte ha ammesso pubblicamente i suoi collegamenti diretti con la squadra della morte di Davao nel corso, in diretta tv il 24 maggio scorso, durante un talk show televisivo. “Sono la squadra della morte? Vero. Questo è vero”. E lo ha ammesso mentre si parlava delle sue opere da sindaco di Davao. In quell’occasione ha poi promesso che se fosse diventato presidente delle Filippine avrebbe giustiziato più di 100.000 criminali e avrebbe scaricato i loro corpi nella baia di Manila.

Una figura molto controversa e decisamente contraria all’ideale di tolleranza. Se Trump, infatti, ritiene che siano criminali tutti gli immigrati, Duterte fa di peggio e considera criminali tutti coloro che consumano droghe di ogni tipo, arrivando a promettere addirittura di uccidere i propri figli se scoprisse che si drogano.

Insomma, le Filippine sapevano dove andare a parare eleggendo Duterte. Si può dire lo stesso dell’America? Secondo Charlie Campbell, votando Trump si va verso l’ignoto.

Commenti

  1. […] volgarità e che lo spessore politico sia ridotto al minimo indispensabile, è ben altra cosa. Donald Trump infatti ha affermato che Hilary Clinton è una lesbica assassina e che suo marito Bill è un […]

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