Gay, i più odiati ma anche i più indifesi

I gay hanno moltissime probabilità di essere vittime di crimini d’odio e pochissime probabilità di vedere i loro carnefici dietro le sbarre e puniti per crimini d’odio.

Il quadro tracciato dalla ricerca del Daily Beast è tanto chiaro quanto spaventoso: le persone LBGT sono quelle che hanno la maggiore probabilità di essere prese di mira in esplosioni di violenza ma sono quelle che hanno le minori probabilità di essere protette. I gay sono discriminati anche dalla legge?

Il punto di partenza, ovviamente, è la strage del Pulse. Se Omar Mateen fosse stato arrestato vivo dopo la strage, i procuratori della Florida lo avrebbero condannato per l’uccisione di 49 persone ma non avrebbero aggiunto delle pene o delle punizioni legate all’odio razziale. Nessuno dei suoi crimini di primo grado sarebbe diventato un crimine di terzo grado dicono gli esperti, per cui sì, avrebbe trascorso buona parte della sua esistenza dietro le sbarre ma il tutto non si sarebbe tradotto in un aumento di misure di protezione e sicurezza per la comunità omosessuale.

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Dopo la strage del Pulse, ad ogni modo, il pubblico ha deciso di guardare quasi soltanto alla legge sul possesso delle armi da fuoco. È stato perfino organizzato un sit-in alla Camera. Di fatto però, si dovrebbe iniziare a parlare del rafforzamento delle pene per chi commette crimini dettati dall’odio e dal razzismo nei riguardi della comunità LGBT.

La normativa oggi vigente negli States a favore degli omosessuali, è ancora frammentaria per cui tra i crimini dettati dall’odio, non rientrano quasi mai quelli scatenati da una discriminazione legata all’orientamento sessuale o all’identità di genere. Secondo i dati della Campagna per i Diritti Umani, finora 20 stati non hanno aumentato le pene per i reati “generati” dall’orientamento sessuale della vittima. In altri 34 stati manca la valorizzazione delle pene inflitte per reati contro persone transgender. Ci sono addirittura 5 stati come Georgia, Carolina del Sud, Wyoming, Indiana e Arkansas, dove non esistono proprio leggi legate ai crimini d’odio.

La legge dei crimini d’odio prende in considerazione i crimini scatenati per via della razza, della religione o dell’etnia ma niente è scritto circa la discriminazione di genere. Il New York Times, la settimana scorsa, ha pubblicato una ricerca dell’FBI in cui si spiega che le persone LGBT hanno più probabilità di essere vittime di crimini d’odio rispetto a ebrei, musulmani, afro-americani, asiatici e latinoamericani. Se poi tra queste comunità si dovesse individuare quella con maggiori probabilità di subire attacchi, allora si dovrebbe parlare delle donne di colore transgender. Nel 2015, per esempio, si è raggiunto il record: 21 persone transgender sono state uccide negli Stati Uniti e la più parte delle vittime erano donne di colore.

Un crimine d’odio su cinque di quelli segnalati all’FBI nel 2014, era basato sull’orientamento sessuale e sull’identità di genere. Il problema è che, pur essendo le persone con maggiore probabilità di essere vittime, le persone LGBT sono anche quelle che hanno la minore possibilità di essere protette. Il riferimento in tal caso è il Prevention Act Shepard-Byrd per i crimini d’odio firmato da Obama nel 2009 che ha provato ad introdurre nella normativa vigente i crimini d’odio ma poi questo stesso testo non è stato recepito dai vari stati. Per cui la legge Shepard-Byrd non è riuscita a colmare le lacune a livello statale. È vero che i singoli stati potrebbero aggiungere i crimini d’odio tra quelli perseguibili dalla legge ma nessuno lo sta facendo nella pratica.

Purtroppo non c’è nemmeno la percezione della gravità dei crimini d’odio: nel caso della strage del Pulse, ad esempio, il 54% degli intervistati ha detto che si trattava di un atto terroristico e di un crimine d’odio e soltanto il 25% ha detto di essere di fronte per lo più ad un crimine d’odio. Questo vuol dire che la legge sul possesso d’armi da fuoco è importante ma non risolutiva. I problemi da risolvere sono altri.

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