Succo d’arancia: perché tutte le aziende vendono alle multinazionali

L’anno scorso, in vista del Rapporto Filiera Sporca, delle società multinazionali contattate aveva risposto soltanto Coca cola. Quest’anno nessuna di loro ha parlato. Molta più disponibilità è stata invece incontrata sul territorio.

arancio

In generale meno del 10 per cento delle arance siciliane finisce all’industria. Le arance vengono infatti raccolte per essere commercializzate come prodotto fresco, e l’industria di trasformazione nasce per gestire gli scarti della commercializzazione.

Oggi in Sicilia sono 13 le aziende di trasformazione di medio grandi dimensioni (a cui si aggiungono una decina di piccole), dieci anni fa erano 200. Le principali sono: Red Island e Ortogel (a Caltagirone), Agrumi Gel e Canditfruct (a Barcello­na, provincia di Messina), Fratelli Branca (Terme Vigliatore, provincia di Messina), Corleone e Agres (a Palermo). Riforniscono le multinazionali dei succhi di frutta: Coca cola, Nestlè, San Benedetto, Parmalat, e spesso anche le aziende della GDO che producono succhi a marchio proprio come Esselunga.

L’anno scorso, in vista del Rapporto Filiera Sporca, delle società multinazionali contattate aveva risposto soltanto Coca cola. Quest’anno nessuna di loro ha risposto. Molta più disponibilità è stata invece incontrata sul territorio, soprattutto negli sta­bilimenti di trasformazione di Agrumigel e Fratelli Branca, in provincia di Messina.

Uno dei problemi, secondo molti osservatori, è che in Sicilia non si è mai svilup­pata una vera industria del succo di agrumi. Nessuna delle aziende di trasformazione imbottiglia e confeziona un prodotto a marchio proprio. Tutte vendono alle multi­nazionali del settore o alla GDO.

Ci ha provato Agrumi Gel, azienda di Barcellona Pozzo di Gozzo (Messina) guidata da Salvatore Imbesi: hanno ampliato lo stabi­limento già esistente costruendo un nuovo magazzino e comprando i macchinari necessari. Anche il marchio – Germina Fruit – era già pronto. Ma il magazzino è rimasto deserto, una sorta di monumento, spiega Imbesi, “a quello che potremmo ma non riusciamo a fare perché non siamo competitivi sul mercato”. Un po’ come i produttori incontrati ai cancelli della Ortogel di Caltagirone, anche Imbesi lamenta i bassi prezzi riconosciuti dalle industrie. La Agrumi Gel fattura circa 40 milioni di euro l’anno, la frutta lavorata è pari a 100 milioni di chili. Il fatturato è praticamente diviso a metà: quasi il 60% deriva dalla produzione di succo, il resto da quella di essenze per l’industria cosmetica e alimentare, mangime animale, pectina, alcol per liquori, perché in pochi lo sanno ma dell’arancia non si butta praticamente niente.

Producono anche energia elettrica, la metà di quella che costituisce il fabbisogno aziendale. E sono stati tra i primi a iniziare a produrre biogas dagli scarti dell’arancia, con una sperimentazione che ora, grazie al contributo di Coca-cola Foundation e all’impegno del Distretto degli Agrumi, si sta diffondendo su tutto il territorio sici­liano.

Producono per i principali marchi del settore, in Italia e all’estero: Coca cola (marchio Amita), Pepsico (Tropicana), Doria, Sterilgarda, Zuegg, Refresco , Emmy, Pfanner e anche la giapponese Mitzubishi. Esportano succo concentrato e scorze essi­cate di agrumi in Europa e negli Stati uniti. “Siamo ormai un’impresa a rifiuti zero”, sottolinea Imbesi, “ma non riusciamo a essere competitivi”.

“Tutti a parole dicono di volere succo italiano ma con i prezzi che vengono im­posti per essere competitivo dovrei prendere succo brasiliano”, conclude Imbesi. La quantità di prodotto che arriva dall’estero – Brasile e Argentina soprattutto – e che, tutti concordano, viene reimmessa nel mercato come prodotto italiano senza nessun controllo contribuisce all’abbassamento del prezzo.

La cosa paradossale, spiega Im­besi, è che “non si tratta nemmeno di frode perché non essendoci una tracciabilità semplicemente ognuno fa quel che vuole: non esistendo un albo con i dati relativi alla quantità di prodotto trasformato e a quella di prodotto ottenuto, è chiaro che qualsiasi prodotto può diventare prodotto siciliano”. Un dato su tutti serve a capire di che cosa stiamo parlando: l’industria di trasformazione fattura 400 milioni l’anno ma si comprano agrumi per 50 milioni: “È chiaro che c’è qualcosa che non torna”, conclude Imbesi.

Nessuno a parole dichiara di utilizzare succo brasiliano o argentino. Anche la Fratelli Branca di Terme Vigliatore (Messina) lo esclude categoricamente. Con un fatturato di circa 30 milioni di euro all’anno, 93 dipendenti e un portafoglio clienti che spazia dall’Europa agli Stati uniti, al Giappone e all’Australia fino alla Malesia, è uno dei poli più importanti dell’industria di trasformazione siciliana. Producono succhi, oli essenziali, bucce fresche a cubetti per canditi, bucce essicate per mangimi per animali e bucce per pectina. Il 50% del fatturato circa va al mercato italiano, l’altra metà al mercato europeo e mondiale.

Per la produzione di succhi vantano una lunga lista di clienti: Coca cola, San Pellegrino – Nestlè, Unilever (con marchio Lip­ton), Muller, Rauch (succhi Bravo), Pepsico (Tropicana), Parmalat e Campo dei fiori (con i succhi per la GDO).

Prendono le arance dalla Sicilia e “in una minima quantità” dalla Calabria, dalla zona tra Gioia Tauro e Reggio Calabria (i due principali fornitori sono le cooperative Giovinazzo e Aurora). “Ma soltanto da aziende che firmano il nostro codice etico”, tengono a precisare. La società Antonino Branca, di proprietà del fratello di Fran­cesco Branca, titolare della Fratelli Branca, era infatti stata al centro delle cronache quando, nel 2013 Coca cola aveva deciso di rescindere il contratto in seguito alla denuncia del settimanale inglese The Ecologist: secondo il settimanale la Antonino Branca, e di conseguenza la Coca-cola, si riforniva di arance dalla zona di Rosarno dove i lavoratori erano costretti a lavorare in condizioni para schiavistiche. Poco dopo la Antonino Branca ha chiuso, ma dalla sede di Terme Vigliatore, Francesco e le due figlie che oggi gestiscono l’azienda con lui escludono che questo sia dipeso dalla rescissione del contratto con Coca-cola: “Semplicemente, mio fratello ha deciso di chiudere con gli agrumi e dedicarsi al turismo”, spiegano.

La lista dei fornitori che la Fratelli Branca ci mette a disposizione, come quella del­la Agrumigel, è lunga e comprende le principali aziende e cooperative di commercia­lizzazione della zona del catanese e del siracusano. In tutto sono una cinquantina: da Oranfrizer a Cosentino (che commercializza anche per Esselunga), da Fratelli Conti a Colleroni, da Campisi (che commercializza anche con Auchan) a Euroagrumi (che rifornisce anche i supermercati Pam), per citarne alcune. Per quanto riguarda i tra­sporti, che in genere sono in carico contrattualmente all’industria, la Fratelli Branca conta una ventina di aziende, “tutte siciliane” tengono a precisare.

Ai suoi fornitori la Fratelli Branca fa firmare un codice etico. Le aziende che lo firmano dichiarano di “garantire condizioni di lavoro rispettose della dignità indivi­duale e ambienti di lavoro sicuri e salubri”, e di “rispettare i diritti umani proibendo qualsiasi forma di lavoro forzato e lo sfruttamento del lavoro minorile” e di “garantire il rispetto delle norme contrattuali previste dal contratto nazionale”. Su richiesta dei clienti inglesi sono anche membri del Sedex, una piattaforma di audit di Ethical Tra­de, rinnovato ogni 3 anni.

Sono soprattutto le società multinazionali – Coca Cola, Nestlè e Unilever – a ri­chiedere l’applicazione e la certificazione di standard etici “stringenti”. Le ispezioni vengono fatte a campione, come spiega anche Imbesi della Agrumi Gel: “Siamo noi a portare gli ispettori in campagna per fare interviste direttamente con i nostri for­nitori”.

Sono sempre le società multinazionali a ‘preoccuparsi’ dello smaltimento del “pa­stazzo”, il residuo umido della lavorazione industriale del succo di agrumi. Per anni è stato smaltito ovunque e senza nessun controllo, depositato nel letto dei fiumi o nei terreni abbandonati come hanno documentato anche diverse inchieste della ma­gistratura siciliana.

Per ragioni ambientali, legate allo smaltimento del pastazzo, lo stabilimenti di Ortogel è stato sequestrato negli anni scorsi dalla magistratura. Da un paio di anni il “pastazzo” non è più considerato un rifiuto ma “materia prima secon­daria” ed è persino partito un progetto, promosso dal Distretto Agrumi e finanziato da Coca-cola, per produrre biogas e energia elettrica dai residui della lavorazione dell’arancia.

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