Filiera sporca: le aziende non rispondono

Le emergenze umanitarie derivanti dalla raccolta dell’ortofrutta sono causate da una filiera opaca e con scarsi controlli. Sollecitate a rispondere le aziende della GDO si dimostrano poco trasparenti. I risultati del rapporto #FilieraSporca.

arance
Siamo agli inizi del maggio quando i curatori che stanno stilando il rapporto #FilieraSporca chiedono la partecipazione di Esselunga. Sollecitata più volte, insie­me alle aziende della Grande distribuzione e alle multinazionali del succo d’arancia, arriva la risposta che non ti aspetti, tutta in una stringatissima riga:

“Ci dispiace, ma non possiamo procedere con la vostra richiesta.”

Soltanto dopo una ulteriore sollecitazione (nella si fa presente che a tutte le aziende della grande distribuzione è stato chiesto di rispondere riguardo al legame tra la raccolta fatta dai richiedenti asilo del Cara di Mineo e la commercializzazione e produzione di succhi), la Esselun­ga risponde: “Sì lavoriamo con fornitori che sottoscrivono il codice etico ma non possiamo rivelare i nomi”.

È il segno più emblematico di quanto denunciato da sempre da #FilieraSporca: la mancata trasparenza della filiera agroalimentare.

Cosa è la campagna #FilieraSporca

La campagna #FilieraSporca – promossa dalle associazioni Terra! Onlus, daSud e terrelibere.org – ha ricostruito il percorso dei frutti dai campi agli scaffali dei supermercati. Le arance rosse dell’Etna esportate in tutto il mondo, il biondo calabrese mischiato col succo brasiliano che finisce nelle lattine delle multinazionali, le clementine di Sibari portate nei banconi di tutta Italia. Il cuore della filiera è un ceto di intermediari che accumula ricchezza, organizza le raccolte usando i caporali, determina il prezzo. Impoverisce i piccoli produttori e acquista i loro terreni. Causa la povertà dei migranti e nega un’accoglienza dignitosa.

#FilieraSporca propone la responsabilità solidale di supermercati e multinazionali, che devono rispondere per quanto avviene anche nei livelli inferiori della filiera. E norme per l’etichettatura trasparente, attraverso l’elenco pubblico dei fornitori, perché informazioni chiare permettono ai consumatori di scegliere prodotti “slavery free”.

Il rapporto 2016 #FilieraSporca sullo sfruttamento del lavoro in agricoltura racconta del ruolo distorto delle Organizzazioni dei produt­tori (OP) che invece di assolvere alla loro funzione di aggregazione dei piccoli per bilanciare la forza dei grandi, sono loro stessi a fagocitare il mercato aumentandone le opacità.

Volendo fare una classifica della trasparenza, sono pochi a uscirne indenni. Men­tre la Coop risponde alle sollecitazioni della campagna #FilieraSporca, altre aziende, tra cui Parmalat, Conad, Nestlè, rifiutano di rispondere lasciando quel dubbio irri­solto sulle loro responsabilità.

Da un lato l’opacità delle aziende, dall’altra la Politica e le Istituzioni che insistono e agiscono quasi esclusivamente su politiche repressive.

In ogni caso di trasparenza ce ne è poca, specialmente negli ultimi livelli della filiera. E il dubbio non è sciolto: esiste una linea diretta che dallo sfruttamento dei rifugiati porta ai banco­ni del supermercato sotto casa? Devono essere le aziende a eliminare ogni dubbio. In mancanza, avrebbero ragione le organizzazioni umanitarie del Nord Europa che propongono un boicottaggio dei prodotti italiani.

Trasparenza: le imprese non rispondono

Le tre associazioni dietro a #FilieraSporca hanno inviato un que­stionario alle maggiori imprese multinazionali che producono e commercializzano succo d’arancia, oltre che alle maggiori reti di supermercati che operano sul territorio italiano.

Il quadro che ne è venuto fuori è sconfortante. Soltanto un’azienda ha risposto in manie­ra esaustiva, poche altre hanno fornito risposte parziali e la stragrande maggioranza non ha offerto nessun feedback. Addirittura, in un caso, una grande azienda ha co­municato che non intende rispondere.

Paradossalmente, si è mostrato molto più collaborativo il livello intermedio, cioè i commercianti locali e gli spremitori, che hanno comunicato liste dettagliate di forni­tori. Al livello più basso, invece, rimane una forte opacità.

supermercato

Perché parla solo il settore più scadente del mercato

Dalla ricerca emerge che i riflettori dei media, quelle poche volte in cui si occupano di filiera, si fermano alla fascia più bassa del settore. Danno voce, cioè, ai produttori che effettivamente ricevono pochi centesimi dai committenti, che si la­mentano della crisi e della concorrenza dall’estero. Quelli che dicono che “non vale più la pena raccogliere”.

Questo settore presenta le seguenti caratteristiche:

  • piccola proprietà estremamente frammentata;
  • poca o nulla organizzazione commerciale;
  • diffidenza nelle istituzioni e scarsa capacità cooperativa;
  • scarsa o nulla innovazione;
  • elevata età media dei produttori e poche prospettive di ricambio generazionale;
  • scarso rispetto dei diritti dei lavoratori;
  • prodotto di scarsa qualità sostituibile.

Di particolare interesse l’ultimo punto. La principale produzione dei settori meno qualificati è il biondo da succo, un prodotto perfettamente sostituibile. Infatti, la gran parte arriva dal Sud America. Inoltre, secondo il sindacato, in Sicilia la fetta maggiore del mercato è destinato al fresco, una minima percentuale al biondo da succo. La piana di Gioia Tauro – Rosarno, invece, è in gran parte orientata alla pro­duzione di biondo.

Chi ha voce, dunque, è il settore più scadente del mercato. Quel circolo vizioso tra prodotto sostituibile, scarsa qualità, innovazione inesistente. È un’area che ha risolto le proprie disfunzioni grazie all’uso di manodopera migrante ricattabile. Che ha ri­vendicato lo sfruttamento come un male necessario.

Rimane in ombra tutto il resto. Le aziende che esportano in mezzo mondo, che rispettano le regole, che arrivano a non buttare niente dell’arancia: c’è persino chi ne ricava energia elettrica. Sono realtà in ombra, messe ai margini da un sistema che al momento premia i “furbi”.

bracciante

Come risponde la Grande Distribuzione Organizzata (GDO)

Le principali aziende – multinazionali e della GDO – sono state coinvolte mediante un questionario.

Per la GDO l’invito formale è stato rivolto a 10 gruppi:

  1. Coop
  2. Conad
  3. Carrefour
  4. Au­chan – Sma
  5. Crai
  6. Esselunga
  7. Pam Panorama
  8. Sisa Spa
  9. Despar
  10. Gruppo Vegè e Lidl.

Le risposte sono pervenute solo da quattro di loro:

Coop

Pam Panorama

Auchan – Sma

Esselunga.

Conad, ad esempio, ha spiegato telefonicamente di “non essere molto interessata a questo tipo di operazioni”.

Un dato sconfortante se si pensa al ruolo della GDO nel mercato italiano.

Filiera sporca - Trasparenza aziende GDO 2016

Che risposte dovevano dare le aziende

Nel questionario si chiedeva alle aziende:

  1. di indicare la lista dei fornitori e dei subfor­nitori di arance in Sicilia e in Calabria;
  2. di conoscere come viene gestito il trasporto della merce dai magazzini siciliani alle piattaforme della Distribuzione;
  3. di specificare la politica dei prezzi adottata;
  4. di indicare quali sono le politiche aziendali e di cer­tificazione mirate a verificare la condotta dei fornitori nei confronti dei lavoratori.

Coop ha fornito una lista di 12 fornitori di prodotti a marchio (Agridoc 2, Una­coa, OP Esperia Scarl, AOP Armonia Società agricola consortile, Apofruit, Oranfri­zer, Bia, Bonanno, Brio, Canova, La Mongolfiera, Lavorato) e di 7 non a marchio (OP Coppi, Panniteri, Colleroni, Apal, Fruttasana/Anchise Paoli, Agrinova, Akis Agrumi).

Per quanto riguarda i subfornitori, Coop ha indicato un numero di 150 complessivi, specificando che “ai loro nomi è possibile risalire puntualmente attra­verso la rintracciabilità dei loro lotti produttivi”, “ma dato che i rapporti contrattuali sono definiti solo con i fornitori di prodotto e non con i subfornitori, per questi ul­timi non siamo autorizzati a fornirne i nominativi”.

Pam-Panorama ha indicato 2 fornitori siciliani (OP Red Cop e Consorzio Euroagrumi), specificando che dei nomi dei subfornitori “non ne siamo a conoscenza, occupandosene il produttore”.

Auchan-Sma ha indicato invece 4 fornitori tra Sicilia e Calabria (Bonomo, Giaco­velli, Opac, Agrofruit), e alla domanda sui subfornitori non ha risposto.

Sui trasporti tutte e 3 le aziende hanno scritto di non essere a conoscenza dei nominativi delle ditte, “essendo il trasporto responsabilità del fornitore”, quindi dei commercianti o delle OP.

verdura

La “buona condotta” dei fornitori: le risposte delle aziende

Sulle politiche aziendali e di certificazione volte ad assicurare la “buona condotta” dei fornitori le risposte delle aziende sono state articolate.

Coop ha scritto che a tutti i suoi produttori viene richiesta “la sottoscrizione di un codice di comporta­mento etico basato sullo standard SA8000 e in relazione a questo vengono effettuate verifiche lungo tutta la filiera”. Ad oggi Coop ha effettuato circa 1300 ispezioni, tramite auditor qualificati e indipendenti: “In caso di ambiti particolarmente critici, come ad esempio quelli degli agrumi in Sicilia o in Calabria, i controlli coinvolgono le aziende agricole con un monitoraggio durante ogni campagna produttiva”. Negli ultimi 6 anni Coop ha espulso dal proprio circuito commerciale 7 aziende agricole. Alle aziende agricole coinvolte nella filiera a marchio, Coop ha richiesto l’adesione alla Rete del Lavoro agricolo e di qualità, nata per iniziativa del Ministero del Lavoro nel 2015 ma che finora ha riscosso pochissime adesioni nel mondo imprenditoriale.

Sullo stesso tema Pam Panorama ha risposto che “è nostra cura selezionare solo produttori certificati e che svolgano controlli periodici sul conferimento della mate­ria prima”.

Auchan e Sma richiedono ai propri fornitori la firma del “codice di etica commerciale” ispirato alle direttive Ilo: “La violazione di una delle clausole del codice di etica commerciale comporta provvedimenti che, a seconda della gravità, possono determinare anche l’interruzione dei rapporti commerciali”.

frutta gdo

L’etichetta narrante

Resta il nodo cruciale dell’ etichetta narrante. Coop ha dichiarato che “da anni i nomi dei nostri produttori sono indicati volontariamente su tutti i prodotti a marchio. Tramite la rintracciabilità dei singoli lotti produttivi, siamo in grado di risalire in maniera puntuale lungo tutta la filiera, tuttavia la comunicazione pubblica dei nomi delle aziende agricole impliche­rebbe una gestione specifica relativamente alla privacy”.

Pam-Panorana si è rivelata disponibile a collaborare sulla proposta, puntualizzando però che “sarebbe necessario che ampia parte della produzione e della distribuzione si allineasse a tali principi per evitare l’ulteriore diffondersi dell’abusivismo che in piena stagione in tutte le strade trafficate si appoggia a un camioncino abusivo per vendere agrumi”. Anche Auchan-Sma si è mostrata possibilista: “Siamo disponibili, è un tema da approfondire”.

Se tre aziende della GDO si sono rivelate collaborative resta la preoccupazione forte rispetto alla noncuranza con cui le altre, pur sollecitate diverse volte, hanno deci­so di non rispondere.

Un pessimo segnale di accountability nei confronti dei propri clienti.

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