Chi è Roberto Mancini, il poliziotto – eroe della Terra dei fuochi

Roberto Mancini non amava essere definito un eroe. Soprattutto mentre era ancora in vita e lottava per vedere riconosciute le sue indagini. L’uomo che, casualmente, porta lo stesso nome del famoso allenatore di calcio, indossava infatti una divisa ed è stato il primo poliziotto italiano ad indagare sulle tonnellate di rifiuti tossici sepolti in Campania, a compiere ricerche sui disastri ambientali perpetrati dalle mafie in quella parte d’Italia solo molti anni dopo ribattezzata Terra dei fuochi.

La Terra dei fuochi, prima di essere chiamata così, già esisteva. L’avevano “creata”, in oltre 20 anni di attività, i primi biocriminali della storia italiana, un occulto sistema di persone che coinvolgeva esponenti della camorra, della massoneria e della politica, sottoprodotto nazionale di un malsano sviluppo industriale che recava i suoi benefici soprattutto al nord, dove si trovava la maggior parte delle aziende che producevano i rifiuti tossici oggetto di “smaltimento”.

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Roberto Mancini, il poliziotto che scoprì la Terra dei fuochi

Le prime indagini sul traffico dei rifiuti

Roberto Mancini, all’inizio degli anni ’90, fu uno dei primi agenti a lavorare al caso del traffico illecito dei rifiuti verso le terre della Campania. In quegli anni faceva parte della terza squadra della Criminalpol e grazie ad una lunga serie di sopralluoghi, intercettazioni, pedinamenti e dichiarazioni di pentiti, in tre anni di duro lavoro, riuscì insieme ai suo colleghi a ricomporre il complesso puzzle del novello business della spazzatura, la “monnezza” che era diventata denaro: denaro sporco.

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I tempi in Italia, però, non erano ancora maturi perché si arrivasse a pensare che qualcuno potesse fare i soldi con i rifiuti. E’ forse per questo motivo che i risultati della sua dettagliata inchiesta, della voluminosa informativa che di lì a poco, nel 1996, venne depositata presso la Procura di Napoli, passarono praticamente inosservati. L’intento dell’inchiesta era quello di

” […] spiegare come camorristi, imprenditori ‘ecomafiosi’, usurai, banchieri, bancari e professionisti della finanza possano concorrere, da luoghi e con tempi e ruoli diversi, alla realizzazione di un progetto unico dagli effetti letali per il sistema economico nazionale e per l’ambiente”.

Nessuno però diede seguito a quelle parole. L’inchiesta giacque in un cassetto per circa 15 anni, dimenticata. E nel silenzio generale, il peggio avvenne. Una cricca di ecomafiosi, cui appartengono imprenditori, camorristi, esponenti politici e faccendieri, oltre alla bassa manovalanza fornita dai criminali di zona, nella latitanza dello Stato e nel vuoto normativo prodotto dall’assenza di leggi che tutelino adeguatamente l’ambiente, ha la possibilità di mettere in atto pratiche illegali per lo “smaltimento” di ogni tipo di rifiuto, tossico o no, legale o no, nei fertili terreni della Campania, in una vasta area compresa tra il Garigliano e il Vesuvio.

La “scoperta” della Terra dei fuochi

Prima che qualcuno si accorga del problema delle discariche abusive, della compromissione delle falde acquifere, del seppellimento illecito di tonnellate di veleni in quella che era una delle più belle zone d’Italia, bisognerà aspettare almeno fino al 2011, quando il pubblico ministero Alessandro Milita, impegnato nel processo per disastro ambientale e inquinamento delle falde acquifere di cui ancora oggi sono oggetto i territori della Terra dei fuochi, ritrova l’inchiesta dimenticata e decide di metterla agli atti.

Telefona così a Roberto Mancini, diventato nel frattempo sostituto commissario di polizia di Roma, che gli risponde dal suo piccolo ufficio di San Lorenzo. Ha infatti bisogno di conoscere il contenuto delle telefonate che facevano parte di quella vecchia informativa, affinché possano essere usate nel processo che vede tra i principali imputati colui che è ora considerato l’inventore dell’ecomafia, Cipriano Chianese, il re dei broker dei rifiutiil gestore delle discariche al centro delle indagini.

C’erano voluti gli anni 2000, infatti, affinché in Italia si cominciasse a parlare di ecomafia, affinché un reato perpetrato contro l’ambiente potesse essere considerato allo stesso modo di quello commesso contro una persona e affinché si chiarissero i legami di quel complesso organigramma criminale che negli anni si era arricchito con la spazzatura, inquinando per sempre un territorio in cui la gente aveva iniziato a morire.

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C’era voluto il libro di Roberto Saviano, pubblicato nel 2006, che metteva in chiaro responsabilità e connivenze tra mondo della politica e clan dei Casalesi, c’erano volute altre indagini condotte sul terrificante business dei rifiuti che era stato attuato nel silenzio delle istituzioni, dove, fianco a fianco, nella stessa discarica, finivano i rifiuti tossici e illegali di molte aziende del nord, tra cui la Indesit e la Q8, e di molte altre che avevano proliferato risparmiando sullo smaltimento della spazzatura, e i rifiuti legali che arrivavano da tutta Italia provvisti di autorizzazione statale. Perché si tornasse a parlare dei disastri della Terra dei fuochi c’era voluta l’esplosione del caso Gomorra.

La morte prematura di Roberto Mancini

Roberto Mancini non potrà mai conoscere l’esito del processo, oggi ancora in atto, che in un certo senso ha avuto origine dalle indagini compiute negli anni ’90 da lui e dalla sua squadra. E’ infatti morto, per cause di servizio, il 30 aprile del 2014, circa due anni fa, stroncato all’età di soli 53 anni da un tumore che aveva contratto proprio lavorando sui luoghi avvelenati dal crimine.

Nel corso della sua vita Roberto Mancini ha così dovuto affrontare una lotta ancora più impari e difficile di quelle che aveva sempre combattuto. Ha dovuto lottare anche contro la malattia. Un male senza possibilità di cura, che ha tuttavia affrontato fino all’ultimo con grande forza d’animo e dignità. A farlo ammalare sono stati i lunghi sopralluoghi sui terreni inquinati e le lunghe esposizioni all’aria avvelenata di quelle zone. Lo scopritore della Terra dei fuochi è stato una delle sue vittime. E il suo essere eroe sta appunto in questo: nel non essersi mai tirato indietro. Neanche quando i suoi sforzi vennero passati sotto silenzio.

La malattia contratta per cause di lavoro

Come poliziotto della Criminalpol aveva trascorso un lungo periodo di tempo nelle terre che si estendevano ai piedi del Vesuvio e lungo il corso del Garigliano. Insieme a lui c’erano circa un’altra decina di agenti, tutti membri della Criminalpol. Una squadra che aveva fama di essere magari un po’ più scalmanata delle altre, ma molto determinata nelle sue azioni. Roberto Mancini ne era a capo e con il piglio che lo contraddistingueva aveva portato il gruppo a mettere a segno un risultato importante: arrivare a denunciare il malaffare decenni prima che lo facessero molti altri detective, ad anticipare i tempi sui temi dell’ecologia.

Le indagini della squadra di Roberto chiarirono per la prima volta come rispondendo ad un bisogno imprenditoriale, spalleggiate dalla politica, le organizzazioni criminali avessero assunto il controllo del territorio nel business dei rifiuti, con i boss che incassavano percentuali stellari sui chili di spazzatura illegalmente smaltiti. Ai tempi di Mani Pulite qualche pentito aveva confessato che la “monnezza” sarebbe diventata oro. Ma non si trattava della previsione di un oracolo: semmai una profezia post eventum, su una realtà che era già in atto e che già all’epoca ci si sforzava di non vedere.

Poco seguito ebbero infatti nel 1993 i primi arresti e i processi intentati per bloccare il malaffare dei rifiuti: alcuni di essi si risolsero in qualche breve condanna, i più caddero in prescrizione e la maggior parte degli imputati venne assolta. E’ in questo clima che si trovò a lavorare – e a morire – la squadra di Roberto Mancini, un pugno di uomini soli contro il silenzio di tomba in cui era stata sepolta loro inchiesta.

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Roberto Mancini non è infatti stato il solo di quel gruppo di agenti a morire per cause di servizio. Anche altri uomini della sua squadra si sono ammalati di leucemia negli anni successivi: alcuni, come lui, non ce l’hanno fatta, altri sono ancora malati.

Il suo cancro al sangue si è manifestato verso il 2000. Negli anni immediatamente precedenti, quelli compresi tra 1997 e il 2001, Roberto aveva continuato a lavorare in zone altamente radioattive. Era infatti diventato il consulente per la Commissione rifiuti della Camera dei deputati. In quegli anni il presidente era Massimo Scalia e per suo conto aveva eseguito decine d’ispezioni e sopralluoghi nelle discariche contaminate dai rifiuti tossici nocivi e nei siti abusivi che erano stati usati per lo stoccaggio dei materiali radioattivi. Il suo incurabile male, un linfoma non-Hodgkin, lo ha tenuto impegnato in una difficile lotta nel corso degli ultimi 11 anni della sua vita.

La vita prima della Terra dei fuochi

Anche prima della scoperta dei disastri ambientali della Terra dei fuochi, tuttavia, Roberto Mancini non si era mai sottratto a nessuna lotta. Negli anni ’70, infatti, ai tempi della contestazione studentesca, era sempre uno dei primi sulle barricate. Qualche tempo dopo, quando gli anni diventarono di piombo,  partecipava attivamente ai lavori del collettivo studentesco attivo presso il Liceo Augusto di Roma, e infine, dai 20 anni  in poi, quando scelse di vivere in divisa, continuava a lottare per una società più giusta e una maggiore giustizia sociale. Da sempre fermamente contrario alla opposizione armata, aveva scelto di entrare in polizia per provare a cambiare il sistema dall’interno.

Chi lo conosceva lo chiamava il poliziotto comunista, un appellativo che gli aveva procurato non solo la fermezza con cui aveva perseguito i suoi ideali, ma anche la sua abitudine di portare sempre una copia del “Manifesto” sotto il braccio.

L’ultima lotta di Roberto Mancini

L’ultima lotta che Mancini ha dovuto combattere nella sua vita, però, è stata quella contro lo Stato. Dopo aver ricevuto la diagnosi della malattia, all’incirca nel 2002, ha dovuto lottare per vedersi riconosciuto almeno un indennizzo, in quanto la malattia era stata contratta per cause di lavoro. Lo Stato gli ha alla fine riconosciuto un indennizzo di 5000 euro, ma Roberto ha continuato a battersi anche da malato, perché a coloro che avevano sacrificato la loro vita per cause di lavoro fosse riconosciuto qualche cosa in più. 

Alla sua morte, su richiesta del Movimento 5 Stelle, gli sono stati concessi funerali solenni, celebrati il 3 maggio 2014 nella Basilica di San Lorenzo al Verano a Roma. Aveva chiuso gli occhi nell’ospedale di Perugia nell’amara convinzione che non tutto fosse ancora finito. Ma forse quella telefonata ricevuta con 15  anni di ritardo gli aveva dato una speranza: che agendo dall’interno si potesse aiutare la verità e la giustizia a venire a galla.

La vita di Roberto Mancini in un libro: “Io, morto per dovere”

Proprio in questi ultimi giorni la vita di Roberto Mancini è diventata un libro. La storia delle molte lotte che hanno caratterizzato l’esistenza dell’eroe della Terra dei fuochi, in particolare quelle della sua giovinezza, è stata infatti raccontata a quattro mani da Luca Ferrari e Nello Trocchia, nel libro intitolato “Io, morto per dovere“, in libreria dal 12 febbraio 2016. Pubblicato da Chiarelettere, con una prefazione di Beppe Fiorello e la postfazione della moglie Monika Dobrowolska Mancini, è il racconto del sogno di un uomo che credeva nella possibilità concreta di migliorare il mondo, così come testimoniano, attraverso le sue pagine, i molti amici che lo conoscevano e i protagonisti di quegli anni difficili per l’Italia.

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La biografia di Roberto Mancini in una fiction: “Io non mi arrendo”

Ma il ricordo della vita esemplare di questo poliziotto che non si è mai dato per vinto, neanche quando si trovava solo e inascoltato a denunciare alcuni tra i peggiori crimini commessi in Italia dal dopoguerra ad oggi, o una volta colpito dal dramma della malattia, non ha trovato spazio solo sui libri. Anche la televisione gli rende omaggio proprio in questi giorni con una fiction dedicata alla sua biografia, alla sua straordinaria esperienza umana, realizzata dalla RAI con la partecipazione di Giuseppe Fiorello, nel ruolo del protagonista. La fiction, ispirata alla sua storia e intitolata programmaticamente, “Io non mi arrendo“, sarà trasmessa su RAI Uno il 15 e il 16 febbraio 2016 in prima serata.

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