Michele Sindona moriva 30 anni fa: vita del faccendiere di Cosa Nostra e della P2 avvelenato con un caffè

Moriva avvelenato 30 anni fa, il 20 marzo del 1986, dopo aver bevuto un caffè corretto al cianuro nel carcere di Voghera, Michele Sindona, il banchiere – faccendiere di Cosa Nostra che era stato condannato all’ergastolo due giorni prima quale mandante dell’omicidio di Giorgio Ambrosoli. L’avvocato Ambrosoli era stato il curatore fallimentare della sua Banca Privata Finanziaria, l’istituto di credito attraverso cui, prima e dopo il vertiginoso crack del 1974, aveva gestito, investito, riciclato i patrimoni della mafia italo – americana, di politici e speculatori italiani e degli esponenti della loggia massonica P2, di cui faceva parte.

La sua vita finì in un caffè. Un caffè zuccherato al cianuro di potassio, che bevve nel carcere di Voghera due giorni dopo essere stato condannato all’ergastolo in qualità di mandante dell’omicidio di Giorgio Ambrosoli, l’avvocato nominato dalla Banca d’Italia quale curatore fallimentare della sua più grande costruzione finanziaria: la Banca Privata Italiana, affondata in un gigantesco crack qualche anno prima. 

Quell’ultimo caffè, Michele Sindona, lo bevve perché probabilmente non immaginava che sarebbe andata a finire così. In fondo, al faccendiere d’Italia, era sempre andata bene.

Vita di Michele Sindona, il banchiere – faccendiere di Cosa Nostra e della P2

Nel corso della sua vita si era abilmente destreggiato tra la Democrazia Cristiana, la loggia massonica P2, Cosa Nostra e la mafia italo -americana degli Stati Uniti. Aveva saputo sfruttare le lucrose opportunità che la ricostruzione del dopoguerra, il commercio internazionale e il boom economico italiano gli avevano offerto su un piatto d’argento. Dopo trent’anni, però, la sua morte appare ancora velata da un alone di mistero. Perché anche se verso la metà degli anni Settanta era uno degli uomini più ricchi d’Italia, non seppe comprare la sua salvezza.

Michele Sindona Biografia Vita

L’infanzia nella periferia d’Italia

Era nato a Patti, nella provincia di Messina, l’8 maggio del 1920, un paese affollato e affamato di marinai e braccianti agricoli, anche se la sua famiglia era di origini napoletane. Nella “provincia babba” – l’epiteto con il quale viene in genere stigmatizzato il comportamento piuttosto ligio alle regole dei residenti in confronto a quello dei siciliani di altre province – riuscì poco a poco a farsi una posizione. Ricevette una buona educazione e con i soldi guadagnati attraverso lo svolgimento di diversi lavori, lui, figlio di un fiorista specializzato nel confezionamento di corone funebri, riuscì anche a laurearsi in giurisprudenza nel 1942, sempre presso l’Università di Messina.

A Milano nel cuore della finanza

Quando si trasferì a Milano, qualche anno più tardi, nel 1946, fece leva su quella esperienza contabile e impiegatizia che aveva maturato negli anni appena trascorsi. Il suo apprendistato all’interno dello studio di un avvocato e il precedente impegno presso l’ufficio locale delle imposte gli fecero scegliere la strada della consulenza tributaria e diventare legale di molti clienti, aziende e associazioni.

Negli anni caldi della ricostruzione che seguirono al dopoguerra già era il commercialista della Società Generale Immobiliare e della Snia Viscosa, due grandi realtà produttive del Paese, acquisendo una decisiva fama come commercialista negli anni Cinquanta.

La sua carriera di faccendiere era già cominciata. Mentre il complesso passaggio dal sistema tributario regio a quello repubblicano era ancora ai suoi inizi, lui già si era formato una cultura su come aggirare le maglie del sistema. Detassare i capitali, trasportarli altrove: questo era il suo cruccio. Si era specializzato così nell’esportazione di capitali e patrimoni mobiliari all’estero e nell’individuazione di quei cosiddetti “paradisi fiscali” che avrebbero fatto la fortuna di tanti piccoli e grandi azionisti e imprenditori negli anni successivi.

Anche quello degli investimenti in borsa è un campo che riesce presto a domare. Grazie ad alcune fortunate operazioni riesce a mettere da parte una piccola fortuna e si fa un nome nel mondo della finanza. Tanto da riuscire ad importare a Piazza Affari gli strumenti avanzati di Wall Street. Innovatore in campo finanziario, grazie a OPA, private equity e conglomerate, nei primi anni ‘ 60 compra due banche, la Banca Privata Finanziaria e la lussemburghese Fasco.

In America non si era limitato solo ad accrescere le sue competenze finanziarie. Aveva anche intrecciato contatti con i magnati del traffico di stupefacenti, gestendo gli affari e investendo il denaro sporco della Cosa Nostra americana. Per queste implicazioni viene segnalato dall’Interpol come complice in attività di riciclaggio, ma per le autorità italiane la sua attività finanziaria risulta perfettamente lecita.

Dalle speculazioni finanziarie al “crack Sindona”

Negli stessi anni lega la sua attività allo IOR, la banca vaticana, grazie alla conoscenza del cardinale Montini, il futuro papa Paolo VI e dopo che la banca vaticana sarà entrata in partecipazione con la Banca Privata Finanziaria comincia una costante emigrazione di capitali italiani nelle banche svizzere, che aveva imparato a conoscere, e una forte attività speculativa. All’inizio degli anni Settanta subisce però un primo rovescio, con il fallimento dell’OPA sulla rinata Bastogi Finanziaria, che veniva proprio allora a scontrarsi con gli interessi della Mediobanca di Enrico Cuccia.

Nonostante i pesanti fallimenti del 1972, quando già si vedeva crollare il fragile sogno di creare una compagine di potenti investitori italiani nel mondo internazionale, capace di mettere le mani su buona parte di quel patrimonio italiano uscente dalla modernizzazione del Paese, nel 1974 le speculazioni del grande affarista meridionale continuano. E’ l’ascesa di un altro gruppo finanziario, quello che fa capo a Mediobanca e a Emilio Cuccia a frenare i sogni di gloria del faccendiere siciliano.

Le sue mire cadono ora su una serie di banche estere che attraverso l’acquisizione di determinate partecipazioni entrano sotto il controllo di Sindona e del suo istituto. Si tratta della Franklin National Bank di Long Island, della Continental Illinois di Chicago e della Finabank di Ginevra. Anche se l’operazione in un primo momento viene salutata con favore dagli esponenti politici di quel tempo, in particolar modo da Giulio Andreotti, che definisce Sindona “il salvatore della lira”, neanche sei mesi più tardi l’impero creato dal finanziere subisce un enorme tracollo. E’ il famigerato “crack Sindona“: le sue banche perdono potere sul mercato azionario, il crollo del mercato manda in fumo 40 milioni di dollari e l’impalcatura delle banche sindoniane si scioglie come neve al sole.

Giorgio Ambrosoli liquidatore della Banca Privata Italiana

In ottobre la banca di Sindona, Banca Privata Finanziaria, viene dichiarata insolvente. Già nel 1971 la Banca D’Italia aveva però cominciato ad investigare sulle attività di Sindona, attraverso il suo governatore Carli. Lo stesso Banco di Roma gli aveva accordato un prestito mettendo a capo della rinata Banca Privata Italiana il direttore generale Giovan Battista Fignon come Vice Presidente e Amministratore Delegato e l’amministratore delegato Mario Barone come terzo amministratore degli istituti. Una volta arrivato a Milano Fignon si era reso subito conto delle fraudolente operazioni finanziarie compiute da Sindona e dai suoi collaboratori. Così, una volta istruita l’indagine, la Banca d’Italia inviò un commissario liquidatore. Era l’avvocato Giorgio Ambrosoli, che si trovò a portare allo scoperto la fitta trama di attività lecite, illecite e di facciata messe in piedi attraverso la banca, arrivando a riscontrare numerosi falsi nelle scritture contabili e nei bilanci.

A questo punto una serie di tentativi di corruzione e malcelate pressioni intimidatorie cominciarono a piovere sulla testa di Giorgio Ambrosoli, dal quale si cercava di ottenere l’approvazione dei documenti redatti da Sindona e una prova della sua buona fede di amministratore. Questa valutazione da parte dell’avvocato avrebbe portato la Banca d’Italia a intervenire sugli scoperti della Banca Finanziaria e ad evitare il coinvolgimento penale e civile del suo amministratore.

L’accusa di bancarotta fraudolenta

Ambrosli confermò però sia le responsabilità di Sindona che il grave dissesto in cui erano stati gettati i conti dell’istituto, nonché le precarie condizioni in cui versava anche la Franklin National Bank. In un estremo tentativo di salvataggio della Banca Privata Italiana si mosse anche la P2. Il Gran Maestro Licio Gelli interessò l’onorevole Giulio Andreotti, che diede incarico di studiare un progetto di salvataggio da presentare al vicedirettore generale della Banca d’Italia, Mario Sarcnelli, che tuttavia lo rifiutò. In alternativa Sindona provò anche a chiedere direttamente denaro al banchiere Roberto Calvi, che parimenti oppose un rifiuto. In seguito a questo rifiuto, divenne il mandante di una campagna stampa diffamatoria che avrebbe voluto mettere in luce tutte le irregolarità commesse dallo stesso Calvi nella gestione della sua banca, il Banco Ambrosiano.

Nel 1979 Ambrosoli cominciò infine a ricevere una serie di telefonate intimidatorie anonime, che, solo in un secondo momento, si scopri effettuate dal massone Giacomo Vitale, il “picciotto” dall’accento siciliano degli atti della magistratura. Vitale, cognato del boss mafioso Stefano Bontate, si era prestato al progetto dell’eliminazione fisica di Ambrosoli, il quale venne poi ucciso con 4 colpi di pistola dal criminale americano William Joseph Aricò, a sua volta assoldato dal trafficante italo americano di eroina Robert Ventucci, affiliato alla Cosa Nostra d’oltreoceano.
Il delitto, nel quale aveva preso ampiamente parte la mafia italiana all’estero, era stato perpetrato non solo per rimuovere tutti i possibili ostacoli al salvataggio della Banca Privata Italiana ma anche come monito per quell’Enrico Cuccia di Mediobanca che si opponeva al salvataggio.

Il mandante dell’omicidio di Giorgio Ambrosoli

Sindona negò sempre di essere il mandante dell’omicidio Ambrosoli, rovesciando la responsabilità dell’accaduto su un suo collaboratore infedele, Carlo Bordoni, che aveva girato fondi sindoniani verso suoi conti giacenti alla UBS e aveva agito per vendetta personale. Anche una deposizione rilasciata da un carcerato americano sullo stesso Aricò e persentata dall’avvocato di Sindona Robert Costello, scagionava il suo imputato da qualsiasi legame con l’omicidio. Aricò, in Italia e negli Stati Uniti, si assunse di fronte alla legge la responsabilità dell’assassinio indicando come complice del progetto lo stesso Sindona, nel 1982, anche se poi di fronte a Costello ritrattò sulla sua testimonianza affermando che gli era stata estorta con la forza. Cambiò così la sua versione dei fatti a distanza di un anno, dichiarando davanti a Costello che Sindona era estraneo al delitto.

Nel frattempo Sindona aveva continuato a vivere dei suoi legami, delle sue conoscenze e delle sue sostanze nel ventre grasso dell’America occultamente pilotata dalla cosche mafiose italo – americane. Dopo il gigantesco crack degli anni Settanta, l’Italia aveva inviato agli Stati Uniti una richiesta di estradizione, ma le autorità americane non diedero mai corso alla pratica, lasciando che il faccendiere continuasse a vivere in libertà e a dimorare presso il lussuoso Hotel Pierre sulla Fifth Avenue di New York. Nello stesso tempo circa 2 miliardi di lire vennero trasferiti dal “salvatore della lira” nelle casse della Democrazia Cristiana, utilizzando l’escamotage dei libretti al portatore, non tracciabili, altri milioni finirono nelle mani della CIA, nelle casse della Franklin Bank e in quelle del SID, in modo da poter finanziare qualche tempo più tardi le campagne elettorali di oltre 20 politici italiani.

Il ritorno in Italia e il finto sequestro

Solo quando, dopo l’omicidio di Giorgio Ambrosoli, le autorità degli Stati Uniti aprirono delle indagini su di lui, Sindona scomparve improvvisamente da New York e, dopo un passaggio a Vienna, una sosta a Atene e una breve comparsa a Brindisi, approdò a Caltanissetta, in Sicilia, dove si riunì con Giacomo Vitale e altri massoni. Il suo viaggio aveva come meta la città di Palermo, dove doveva incontrare il boss della mafia americana a New York John Gambino. La comitiva trovò ospitalità nella villa palermitana di Rosario Spatola, dove si voleva simulare un finto sequestro del banchiere della mafia da parte di un misconosciuto 2Comitato Proletario Eversivo per una Vita Migliore”. Il finto sequestro era stato organizzato dai boss Gambino, Bontate e Inzerillo in modo da velocizzare il processo di salvataggio delle banche in cui la malavita italo – americana aveva investito tutti proventi delle sue attività di riciclaggio e dei suoi affari illeciti. Licio Gelli cercò un’ultima volta di convincere i suoi precedenti alleati politici, tra cui Andreotti stesso, a cui venne offerte una lista riportante i nomi di cinquecento imprenditori che avevano esportato capitali all’estero. La strategia del mal comune mezzo gaudio non sembrò però avere successo. Ancora una volta Cuccia fu oggetto di intimidazioni e pressioni.

Michele Sindona si consegna alla giustizia americana

Per rendere più veritiero il finto sequestro, Sindona si fece sparare ad una gamba e in seguito al fallimento dei diversi tentivi di ricatto ricomparve in una cabina telefonica di Manhattan in condizioni fisiche provate, arrendendosi alle autorità statunitensi. A questo punto nella vita di Sindona si innescò un terribile effetto boomerang. La resa dei conti con la giustizia americana iniziò negli Stati Uniti nel 1980, quando venne condannato per 65 diversi capi d’accusa tra cui frode, falso in bilancio e approvazione indebita e venne condannato a 25 anni di carcere e al pagamento di una multa di oltre duecentomila dollari.

La condanna all’ergastolo e la morte in Italia

Mentre era rinchiuso nelle prigioni federali degli Stati Uniti, arrivò dall’Italia la sua richiesta di estradizione per la partecipazione al processo che lo vedeva imputato nell’omicidio di Giorgio Ambrosoli. Arrivò quindi in Italia il 25 settembre del 1984 e venne rinchiuso nel carcere di Voghera. Al processo, che si tenne l’anno successivo, fu condannato a 12 anni di prigione per frode e bancarotta fraudolenta e a pagare due miliardi di lire per liquidare i creditori della Banca Finanziaria e gli altri piccoli azionisti. Il 18 marzo del 1986 fu condannato all’ergastolo come mandante dell’omicidio di Giorgio Ambrosoli. Due giorni dopo la sentenza, il 20 marzo del 1986 bevve in carcere quel caffè edulcorato al cianuro che avrebbe dovuto essere il suo nuovo lasciapassare per l’America. La sua morte venne archiviata come suicidio.

A proposito della sua morte, qualcuno parlò di un finto avvelenamento finito male, che avrebbe dovuto perorare la sua nuova causa di estradizione negli Stati Uniti. Un avvelenamento l’avrebbe aiutato ad ottenere l’espatrio, così come gli avrebbe assicurato Carlo Rocchi, che poco prima di morire gli aveva accordato l’appoggio degli americani.

Le sue ultime parole, come sul palcoscenico di un grande dramma shakespeariano, furono “Mi hanno avvelenato!”. Il finto avvelenamento per mezzo di una precisa dose di cianuro faceva dunque parte di un ultimo copione? Se la chimica è una scienza esatta, Sindona non aveva tenuto conto degli odi che ancora covavano in patria nei suoi confronti e che il futuro processo d’appello aveva tutta l’intenzione di far emergere ed esasperare.

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