Mehmet Ali Ağca: chi è l’attentatore di Papa Wojtyla (Giovanni Paolo II)

Sono passati ormai 30 anni dalla conclusione definitiva del processo a Mehmet Ali Ağca, il terrorista turco che il 13 maggio 1981 tentò di uccidere Papa Wojtyla in Piazza San Pietro, sparando pubblicamente due colpi di pistola contro Giovanni Paolo II che incontrava i fedeli in occasione dell’udienza generale. Nel 1986 venne riconosciuto unico responsabile del gesto: condannato all’ergastolo, si trovò a scontare contemporaneamente anche la pena per l’uccisione del giornalista turco a cui si era sottratto in precedenza evadendo dal carcere. La vita dietro – e fuori – le sbarre del “lupo grigio” di Hekimhan.

La sua vita è stata un susseguirsi di azioni criminose, che l’hanno portato a vivere la sua esistenza, per lo più, dietro le sbarre. Almeno fino al 2006, quando non aveva ancora cinquant’anni ed era stato già incarcerato più volte. Mehmet Ali Ağca si era macchiato in effetti di delitti sempre più gravi ed era incorso infine nella rete della giustizia. Tutti nel mondo lo ricordano come l’attentatore di Papa Wojtyla, l’uomo che sparò due colpi di pistola al Papa con l’intenzione di ucciderlo. Fortunatamente senza riuscirci. 

Vita di Mehmet Ali Ağca, l’attentatore di Giovanni Paolo II

L’attentato a Papa Wojtyla

Era il 13 maggio 1981. Quel mercoledì pomeriggio la folla dei fedeli era già riunita in Piazza San Pietro per prendere parte all’udienza generale concessa da Papa Wojtyla. Quest’ultimo, a bordo della sua Papamobile – una Fiat Campagnola oggi conservata nel Padiglione delle Carrozze all’interno del Museo storico vaticano, presso i Musei Vaticani a Roma – era da poco entrato nella piazza gremita quando è stato raggiunto dai due proiettili sparati da Ali Ağca.  L’attentatore si era infatti posizionato a circa tre metri e mezzi di distanza dal percorso effettuato dal Papa, tra la folla, armato di una Browning calibro 9.

Ali Ağca vita

Entrambi i colpi andarono quasi a buon fine. Il primo colpì Giovanni Paolo II all’addome, trapassandolo e poi finendo nel torace di una fedele americana, il secondo lo colpì all’indice sinistro e lo ferì al braccio destro, colpendo anche il braccio di una seconda turista tra la folla. Mentre Wojtyla veniva prontamente soccorso, Ali Ağca cercò prontamente di darsi alla fuga, raggiungendo il colonnato del Bernini che circonda la piazza.

Ali Ağca vita biografia

Nella corsa affannata, però, urtò una suora e si ritrovò praticamente disarmato. A questo punto fu facile sia per la folla che per le forze dell’ordine che si erano subito lanciate al suo inseguimento immobilizzarlo e catturarlo.

Giovanni Paolo II viene sottoposto immediatamente ad un lungo intervento chirurgico presso il Policlinico Gemelli di Roma, durato cinque ore e mezzo, dopo aver ricevuto le prime cure già in autoambulanza, soccorso dal suo medico personale. Nonostante la delicatezza delle sue condizioni di salute, l’intervento ha esito positivo e Wojtyla riesce a sopravvivere. In seguito verrà operato di nuovo a causa di un’infezione seguita all’operazione, ma si riprenderà nei tempi stabiliti.

Un terrorista turco di origini curde

Dell’infanzia di Mehmet Ali Ağca si sa abbastanza poco. Era nato a Hekimhan, nella Provincia di Malatya, in Turchia, il 9 gennaio del 1958. Anche se proveniva da un centro situato sull’antica via della Seta, la strada che aveva percorso in gioventù lo aveva portato in realtà verso il più bieco terrorismo. Prima di compiere vent’anni era infatti già militante di una organizzazione terroristica di estrema destra i cui membri erano conosciuti come “Lupi grigi“.

L’attentato al giornalista Abdi İpekçi

Come “lupo grigio” nel 1979 aveva preso parte all’attentato del giornalista turco Abdi İpekçi, prima penna del quotidiano liberale Milliyet. Individuato come complice nella preparazione dell’attentato, finì in carcere una prima volta. Venne rinchiuso nel penitenziario turco di massima sicurezza di Kartal Maltepe, ma il 25 novembre 1979, dopo solo pochi mesi di detenzione e ancora in attesa della sentenza definitiva, riuscì ad evadere e a far perdere le sue tracce.

Fino a quando non comparvero le prime minacce di morte a Giovanni Paolo II.

Tra condanne e processi: dall’ergastolo alla pena di morte

Quando venne incarcerato in Italia, dunque, nel 1981, sulla testa di Ali Ağca pendeva già una pesante condanna. Processato per direttissima dopo l’attentato al Papa, i giudici della Corte d’Assise in Italia lo condannarono all’ergastolo per il tentato omicidio di un Capo di Stato Estero. In un primo momento, all’indomani della condanna, non presentò richiesta d’appello dichiarando che l’attentato era da ascriversi all’opera di una organizzazione eversiva segreta. In seguito però la difesa lo definì affetto da schizofrenia paranoica, un maniaco mosso dal desiderio di diventare eroe del mondo musulmano.

L’anno dopo, nel 1982, dalla giustizia turca, per il precedente attentato, gli venne comminata una condanna a morte, poi mutata in una pena di dieci anni di carcere in seguito ad una amnistia. Mentre in Italia il processo era ancora in corso, dichiarò che l’attentato di Giovanni Paolo II era stato voluto da una organizzazione bulgara, legata ai servizi segreti e al KDS. La giustizia italiana non prestò però fede a questa tardiva dichiarazione e, con la sentenza definitiva del 29 marzo 1986, ritenne Mehmet Ali Ağca unico responsabile e colpevole per l’attentato al Papa.

In un colloquio privato avuto proprio col Papa nel carcere romano di Rebibbia nel 1983 ottenne il perdono da parte del pontefice. Come lo stesso Giovanni Paolo II si trovò a riferire anni dopo al  Indro Montanelli, convennero entrambi su una cosa: che quel giorno, la ricorrenza della Madonna di Fatima, Qualcuno o Qualcosa aveva protetto il pontefice dai colpi pur esperti del terrorista curdo. Che sembrava ancora non essersene fatto una ragione.

Mehmet_Ali_Ağca biografia vita

Una serie di intercessioni civili e ecclesiastiche negli anni seguenti fecero ottenere ad Ali Ağca prima una riduzione della pena a 26 anni, poi la grazia, ratificata sia dalla Santa Sede che dall’allora Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, che venne concessa nel 1996, dieci anni dopo la fine del processo. L’attentatore aveva scontato 15 anni di carcere in Italia.

La grazia e l’estradizione in Turchia

Dopo essere stato estradato ad Istanbul, fu nuovamente incarcerato dalle autorità turche. Doveva infatti ancora scontare parte della pena comminatagli per l’attentato al giornalista turco. E’ rimasto quindi rinchiuso all’interno del carcere di massima sicurezza di Kartal in un primo momento fino al 2006, poi, per un errore della giustizia turca sul computo della pena, fino al 18 gennaio 2010, giorno in cui è definitivamente uscito dal penitenziario di Sincan, presso Ankara.

Le verità mobili di Ali Ağca

Dal 1979, anno della sua prima carcerazione, al 2010, Mehmet Ali Ağca ha trascorso in carcere quasi 30 anni della sua vita. In seguito alla sua liberazione è tornato sulle cronache e sulle prime pagine dei giornali internazionali per una serie di azioni, parole e rivelazioni eclatanti che hanno trovato in seguito poco fondamento.

Oltre a presentarsi come nuovo Messia e a preannunciare l’Apocalisse, nel 2010 ha dichiarato di avere informazioni preziose sul caso Orlandi – la giovane scomparsa a Città del Vaticano nel 1983 e mai più ritrovata .- cercando con questo pretesto un incontro con il fratello Pietro, al quale ha garantito il proprio personale interessamento per la liberazione della sorella. Alle sue parole non ha fatto seguito più alcune azione.

Nel 2010 ha inoltre conferito una nuova, ennesima versione dei fatti sul tentato assassinio di Papa Wojtyla: ha infatti confessato questa volta che il mandante dell’attentato sarebbe stato l’ayatollah Ruhollah Khomeyni, uomo politico e religioso iraniano, in carica nel 1981. Chi nel corso degli anni ha avuto la pazienza di contare tutti i suoi repentini cambi di dichiarazione, ne ha elencati più di cento. Dunque l’ennesima Fata Morgana, l’ennesima pista senza uscita.

Neanche Papa Francesco è stato immune dall’indole mobile ed egocentrica dell’ex terrorista, che nel mese di dicembre 2014 si trovava nuovamente in Italia – senza visto e senza permesso – in occasione della commemorazione del suo colloquio in carcere con Giovanni Paolo II. A trentun anni di distanza da quella data, infatti, il 27 dicembre di quell’anno l’ex attentatore poi graziato, dopo aver espresso in patria il desiderio di parlare con il nuovo Papa Bergoglio, si è recato sulla tomba di Wojtyla depositando un mazzo di fiori nelle Grotte Vaticane. Entrato però in maniera irregolare nel territorio italiano, via terra, attraverso il confine austriaco, il “lupo grigio” è stato poco dopo espulso.

Chissà se, nei prossimi anni, lo avvisteremo ancora?

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