Luchino Visconti moriva 40 anni fa: la vita tra Resistenza e bellezza del Maestro del cinema italiano

Moriva 40 anni fa, il 17 marzo del 1976, uno dei padri del cinema e del neorealismo italiano, Luchino Visconti, il regista che con i suoi film e le sue sceneggiature, le sue ricostruzioni storicamente perfette e l’estrema cura per i dettagli è stato un intramontabile modello di perfezione per molti cineasti nati dopo di lui. Pur senza mai aver ricevuto un Oscar, la sua cinematografia ha cambiato per sempre non solo il modo di fare il cinema, ma quello di guardare alle arti visive, con estrema padronanza e profonda consapevolezza.

Tra gli intellettuali che si sono dedicati al mondo dell’arte è stato colui che più ha influenzato la cultura italiana del Novecento. Le arti visive del nostro paese sarebbero state infatti diverse senza l’apporto fecondo della vita e dell’opera di Luchino Visconti, maestro del cinema italiano, ma anche suo padre elettivo, colui che prima di ogni altro aprì le porte alla folgorante stagione del Neorealismo.
Figlio di duchi, nobile di nascita, prima dello sbando della nazione in seguito ai disastri della Seconda Guerra Mondiale non aveva quasi conosciuto il sentore della guerra. Ma uno dei suoi film di maggiore successo, pietra miliare della storia del Cinema italiano, Ossessione, esce in pieno conflitto bellico, nel 1943, e ne porta tutto l’incommensurabile peso. Da vero intellettuale di sinistra, partecipò attivamente alla Resistenza. Solo le sue conoscenze e la sua fama lo salvarono dalla fucilazione quando in Italia scoppio la guerra di tutti contro tutti.

Luchino Visconti vita

Luchino Visconti, vita del Maestro del cinema italiano

La sua infanzia e la sua giovinezza erano state felici. Le aveva vissute come era allora costume, nei primissimi anni nel Novecento, nell’agio e nella rilassatezza della sua antica casata nobiliare. Luchino, conte di Lonate Pozzolo, era infatti nato a Milano nel 1906, e come promettente rampollo di un’antica famiglia lombarda, i Visconti di Modrone, che avevano legato il loro destino a quella degli imprenditori proprietari della più grande casa farmaceutica italiana, la famiglia Erba, cui apparteneva la madre, ricevette una buona educazione letteraria ed artistica.

Dopo i primi anni trascorsi a Pinerolo, in provincia di Torino, si trasferisce a Milano per studiare presso il Liceo Classico Berchet e, in seguito, presso il Dante Alighieri. Oltre alla cultura classica, a formare l’orizzonte culturale del giovane Visconti contribuisce anche la musica, il melodramma e la lirica in particolare. Studia infatti violoncello con importanti maestri del tempo e conosce il grande Arturo Toscanini, spesso ospite del salotto letterario di casa sua.

L’esordio nel mondo del cinema

La sua carriera nel mondo del cinema inizia però in Francia, verso la metà degli anni Trenta, dove la settima arte aveva riscosso già grande interesse. In Italia l’avventura iniziata nel 1907 doveva trovare ancora le sue migliori forme di espressione e sarà proprio Visconti uno dei primi candidati a fornirgliele. A Parigi nel 1936 lavora come assistente alla regia per Jean Renoir, che aveva conosciuto attraverso Coco Chanel. Qui abbraccia gli ideali della sinistra, conosce il cinema e il realismo francese di quegli anni.

Dopo un soggiorno a Los Angeles, presso Hollywood, venuta a mancare la madre, si stabilisce a Roma dove frequenta altri giovani comunisti del PCI e gli intellettuali che si raccolgono intorno alla rivista Cinema.

Ossessione, il primo film di Luchino Visconti

Già nel 1942 succede il primo miracolo: mentre l’Italia è ancora in guerra si gira Ossessione, con la collaborazione di Giuseppe De Santis e Mario Alicata. Il soggetto è tratto dal romanzo Il postino suona sempre due volte di James Cain ma le location in cui Clara Calamai e Massimo Girotti girano sono quelli della Padania, del ferrarese e dei dintorni di Ancona: lontano, molto lontano dai centri di poteri di quegli anni, dalle capitali del Regno e dalle sue fastose corti, vicine alla realtà quotidiana della gente. Mario Serandrei, il montatore del film, lo definì allora “neorealista”, dando inizio con questa estemporanea etichetta ad un genere e ad uno stile che decideranno le sorti del cinema italiano stesso.

Luchino Visconti Ossessione

L’adattamento della sceneggiatura venne realizzato dallo stesso Visconti ma in Italia le precarie condizioni di guerra non permisero di ottenere direttamente i diritti dell’opera, tanto che di lì a breve, negli Stati Uniti, viene realizzato Il postino suona sempre due volte (The Postman Always Rings Twice), diretto da Tay Garnett, girato nel 1945 e distribuito l’anno successivo, unica versione del film che Hollywood conoscerà per molto tempo.

Anche se la censura e le autorità governative avevano inizialmente permesso la diffusione della versione di Visconti in Italia, le sue prime proiezioni nell’inverno del ’44 vennero bloccate dal regime fascista di Salò e le copie della pellicola condannate alla distruzione. Nell’Italia pervasa dalla cultura fascista e permeata da quella cattolica fare un film sui temi dell’adulterio e dell’omosessualità – tale era infatti l’orientamento del regista – era ritenuto altamente trasgressivo e controcorrente rispetto ai canoni ideologici dell’epoca, dunque da bandire. Solo l’illegale salvataggio di una copia da parte di Visconti stesso ne permise in seguito la visione al pubblico.

I film documentari sulla Resistenza e sul dopoguerra

Come collaboratore attivo della Resistenza, dopo l’armistizio del ’43 Visconti si diede alla macchia insieme ad altri compagni, ma lasciò l’attrice Maria Densi a dare ospitalità a chiunque si fosse presentato a casa sua fornito di una precisa parola d’ordine. La sua casa divenne così un rifugio per dissidenti e clandestini, partigiani e antifascisti. Vi trovo ospitalità anche il futuro martire delle Fosse Ardeatine, il partigiano sardo Sisinnio Mocci. In seguito Visconti filmerà l’esecuzione del fascista Pietro Koch artefice della sua cattura. Le vicende di quei tragici anni di resistenza e della liberazione di Roma vennero infatti narrate, anche da Visconti, nel film documentario collettivo Giorni di gloria, realizzato in coppia sempre con lo stesso De Santis e con Marcello Pagliero. La pellicola venne dedicata “a tutti coloro che in Italia hanno sofferto e combattuto l’oppressione nazifascista”.

Luchino Visconti La_terra_trema

Il suo attivismo lo porta ancora a girare pellicole di stampo neorelista nel 1948. Nel disperato dopoguerra, denuncia infatti le condizioni sociali delle classi sociali più povere attraverso il film La terra trema, in cui adatta alle circostanze contemporanee il soggetto del romanzo di Giovanni Verga I Malavoglia, progetto che si sarebbe dovuto completare in una trilogia – il “trittico della miseria” – sulle condizioni di vita delle classi meno abbienti mai realizzata. La sua predilezione per la verità nuda dei fatti lo porta a scritturare per la realizzazione della pellicola solo attori non professionisti e a scegliere il dialetto siciliano per la recitazione del film.

L’indagine sul mondo del cinema

Dopo i primi film neorealisti si apre nella carriera del regista un momento di riflessione sul mondo del cinema, e sui soggetti di Cesare Zavattini, gira due lavori, Bellissima del 1951 e un episodio di Siamo donne, film collettivo del 1953 a cui prenderanno parte anche i registi Guarini, Franciolini, Rossellini, Zampa. Entrambi i film realizzano un istruttivo spaccato dell’allora dietro le quinte del mondo cinematografico. Entrambi i lavori sembrarono in parte disattendere le aspettative della critica, che aveva immaginato uno dei padri italiani del neorealismo ancora attivo nel solco dei film e della tradizione precedenti.

Ma per ironia della sorte i due film considerati per lungo tempo avulsi da quella temperie realista che aveva generato i maggiori successi del realismo italiano del dopoguerra vennero scritti e in parte sceneggiati proprio dalla penna a cui il neorealismo italiano deve probabilmente tutta la sua poesia e la sua forza di rottura: Cersare Zavattini, che sin dalla fine degli anni ’30 aveva lavorato al fianco di Vittorio De Sica e che continuerà anche negli anni successivi a nutrire d’idee la maestria dei registi neorealisti.

I primi film a colori di Luchino Visconti

Nel 1954 si apre la stagione a colori della sua produzione. Il film che la inaugura, Senso, con Alida Valli e Massimo Girotti, resta uno dei suoi lavori più noti, in cui vengono enucleate istanze profonde che caratterizzano il suo stile registico: la cura estrema della ricostruzioni, la passione quasi maniacale per il dettaglio scenografico, l’esuberanza e la ricchezza narrative. Questa volta Visconti si rivolge ad una ambientazione storica. Il film è ambientato nei primi anni dell’Italia postunitaria e ancora irredenta e narra i i travagli interiori di una nobildonna veneta.

Luchino Visconti Senso

Ispirato ad un racconto di Camillo Boito, a partire da questo film il regista poté contare sulla collaborazione del costumista teatrale e cinematografico Piero Tosi, con il quale stringerà un sodalizio artistico che li vedrà lavorare insieme anche in molti altri lavori successivi. Sarà soprattutto grazie a Piero Tosi che Hollywood conoscerà le pellicole di Visconti, spesso insignite di nomination per i migliori costumi. Nel 2014 gli verrà alla fine assegnato un Oscar onorario.

Anche se con Senso molti nella critica parleranno di un vistoso abbandono o un “tradimento del neorealismo”, il “conte rosso” – questo il soprannome con il quale era conosciuto sin dai tempi della Resistenza – tornerà presto a descrivere la dura realtà della classe operaia con Rocco e i suoi fratelli e ad un fumoso bianco e nero con Le notti bianche, uscito nel 1957 e ispirato al romanzo omonimo di Dostoevskij, in cui recitano Marcello Mastroianni e Maria Schell. Prima dell’uscita di alcuni fra i suoi maggiori successi che caratterizzeranno la produzione degli ultimi anni della sua vita, partecipa con altri grandi registi del suo tempo alla realizzazione del film ad episodi Boccaccio ‘ 70 a cui lavorano anche Vittorio De Sica, Federico Fellini, Mario Monicelli.

Il successo internazionale de Il Gattopardo (1963)

Dal romanzo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa nasce uno dei suoi indiscussi capolavori, Il Gattopardo, che vede la luce nel 1963 e tratta in stile colossal alcuni epici momenti della difficile unificazione della Penisola italiana. Se a questo punto l’Europa si innamora di Visconti – il film sarà Palma d’Oro al Festival di Cannes – lo stesso amore non si respira negli Stati Uniti, dove la pellicola non miete lo stesso successo di pubblico. Visconti torna a trattare il tema del Risorgimento italiano con un film, che vuole essere perfetto sotto ogni punto di vista, in cui vediamo un esordiente Alain Delon insieme a Burt Lancaster e Claudia Cardinale.

Luchino Visconti Il Gattopardo

Dal punti di vista ideologico Il Gattopardo, il cui budget si espanse a dismisura nei faticosi mesi di lavorazione, esprime l’intima volontà di fondere una volta per tutte, in una originale unità, le istanze di Giovanni Verga e quelle di Marcel Proust, sulla linea di un nostalgico pessimismo: il film si chiude, simbolicamente, con un iconico e aristocratico ballo la cui scena ha una durata di oltre mezz’ora.

Qualche anno dopo (1964) è la volta di Vaghe stelle dell’ Orsa, sul set del quale Visconti conosce l’attore Helmut Berger, uno suoi attori protagonisti preferiti nella produzione successiva, destinato a diventare anche il suo compagno di vita. Sempre da un romanzo, Lo Straniero di Albert Camus, è ispirato l’omonimo film del 1967 in cui torna a recitare Marcello Mastroianni.

La “trilogia tedesca” di Luchino Visconti

Verso la fine degli anni Settanta la partecipazione al dibattito di revisione storica degli eventi che avevano contraddistinto l’ascesa del nazismo fa nascere La caduta degli dei, tra i cui protagonisti vediamo appunto Helmut Berger e Dirk Bogarde. La trama del film propone ancora una volta una storia di ascesa e caduta, a cui allude il titolo stesso, incentrata sulle vicende di una importante famiglia industriale tedesca all’avvento del Terzo Reich. Il film del 1969 andrà a costituire il primo della serie che dalla critica è conosciuta sotto il nome di “trilogia tedesca“. Di quest’ultima faranno parte sia il successivo Morte a Venezia, del 1971, sia il biografico Ludwig del 1972.

Con Morte a Venezia Visconti si confronta come sua consuetudine con un soggetto letterario, quello dell’omonimo racconto di Thomas Mann, e in esso vediamo lavorare il regista sempre affiancato dal costumista Piero Tosi, a cui come abbiamo detto si deve buona parte di quella perfezione nella ricostruzione dei film del Maestro a partire da Senso.

Luchino Visconti Morte a Venezia

Questo suo film abbraccia il modello della biografia e l’analisi approfondita di un personaggio, così come avverrà anche nel successivo, raccontando in maniera poetica la vicenda umana e artistica del compositore tedesco Gustav von Aschenbach, interpretato da Dirk Bogarde. Sulle note di Gustav Mahler, a cui lo stesso Mann si era ispirato per l’ideazione del suo protagonista, si consuma il tormento interiore di un uomo solo colpito dalla straordinaria bellezza di un ragazzo dalle sembianze di efebo.

L’ anno successivo vede la luce l’ultimo film della trilogia, Ludwig, che ancora una volta si concentra sulla vita di un personaggio, il monarca di Baviera ai tempi di Richard Wagner i cui panni sono vestiti da Helmut Berger. Si tratta di una delle pellicole più lunghe della storia del cinema italiano fino a quel tempo, con una durata di 3 ore e 40 minuti. Oltre a Cersare Zavattini, nel corso della sua carriera cinematografica Luchino Visconti aveva strettamente anche con un’altra anima del neorealismo italiano: la sceneggiatrice Suso Cecchi D’Amico, che prima di approdare nella sua lunga collaborazione con Visconti, aveva collaborato con Fellini, Zampa e Blasetti, e aveva scritto a quattro mani con Zavattini, Brancati e Flaiano. L’intenso rapporto che si instaurò con il maestro le permise di partecipare alle produzioni tutti i suoi maggiori capolavori, da Bellissma a LInnocente, il film a cui fu costretta ad essere esecutrice delle ultime volontà del regista scomparso improvvisamente durante le fasi di montaggio.

Luchino Visconti regista teatrale

Nell’ultima produzione della sua vita il regista era tornato quindi a dare vita a quell’universo musicale lirico e melodrammatico che aveva fatto sempre parte del suo orizzonte culturale, la musica classica e il fasto operistico, che Visconti non aveva mai smesso di coltivare anche come regista teatrale e d’opera. Il decennio della sua carriera in cui maggiormente si era dedicato a questa forma d’ arte erano stati gli anni Cinquanta, che vedono Visconti impegnato nella regia e negli allestimenti di alcuni grandi successi dell’epoca, in storiche versioni in cui ebbe la possibilità di lavorare anche con la celebre Maria Callas, allora all’apice del suo successo.

Gli ultimi anni, gli ultimi film

La serie di tre film incentrati su vicende tedesche si sarebbe dovuta concludere con la trasposizione cinematografica della più complessa opera di Thomas Mann, La montagna incantata, ma al termine delle riprese di Ludwig il maestro viene colto da un ictus cerebrale che paralizza la parte sinistra del suo corpo. Dimorando nella splendida residenza sul Lago di Como, la Villa di Cernobbio, eredità materna nella quale aveva trascorso le vacanze della sua infanzia e della sua giovinezza, nonostante le precarie condizioni di salute, riesce tuttavia a girare altri due film, che saranno gli ultimi della sua carriera.

Luchino Visconti vita biografia

Nel 1974 esce infatti Gruppo di famiglia in un interno, lavoro autobiografico in cui troviamo ancora Helmut Berger tra i protagonisti affiancato da Burt Lancaster. Due anni dopo invece, nel 1976, viene completato L’innocente, che prende le mosse da uno dei romanzi di Gabriele d’Annunzio, in cui recitano Giancarlo Giannini e una giovane Laura Antonelli.

Colpito da una trombosi, Visconti muore il 16 marzo del 1976, mentre ancora il film era in fase di montaggio. La revisione la darà in sua vece la sceneggiatrice Suso Cecchi D’ Amico, sua assidua collaboratrice sin dagli anni Cinquanta. Le sue ceneri sono oggi conservate ad Ischia, presso “La Colombaia”, sua storica residenza estiva.

Commenti

  1. […] anche dal regista che di lì a breve avrebbe inaugurato la straordinaria stagione del Neorealismo. Luchino Visconti vorrebbe infatti assegnarle il ruolo da protagonista in Ossessione, ma nel periodo delle riprese […]

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