La storia segreta di Cornelius Gurlitt

Il destino di moltissime opere d’arte al tempo della Seconda Guerra Mondiale è legato al nome di Hildebrand Gurlitt, il mercante d’arte di Hitler e del nazismo, che in quegli anni ha comprato, rivenduto e organizzato cultura per i gerarchi del Terzo Reich. Messa da parte una cospicua fortuna in opere d’arte attraverso i suoi traffici non sempre leciti, e approfittando della incredibile confusione generata dalla guerra, Hildebrand è riuscito, come abbiamo avuto modo di raccontare, nel difficile compito di salvare molti capolavori dai bombardamenti, ma anche in quello di farli passare, indenni e inosservati, nel patrimonio personale di suoi figlio Cornelius Gurlitt al momento della sua morte. Sottraendoli di fatto al mondo. 

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I primi anni della vita di Cornelius Gurlitt

Cornelius Gurlitt era infatti nato il 28 dicembre 1932 ad Amburgo, in Germania, e sin dalla più tenera età aveva vissuto a diretto contatto con il mondo dell’arte. Cosa difficile da evitare con un padre che nel bel mezzo del secondo conflitto mondiale dovette salvare dalla rovina più di mille capolavori. E a volte poté contare soltanto sulla assoluta discrezione del giovane figlio di 13 anni. E’ all’epoca, infatti, che maturano i primi contatti del futuro collezionista tedesco con le opere dei maestri del Vecchio Continente. Cresciuto a Dammtor, un quartiere di Amburgo con la sorella Renate, che vi era nata nel 1935, impara presto ad apprezzare i capolavori di Chagall, Renoir, e Matisse, a distinguere un Picasso da un Toulouse-Lautrec, a riconoscere un Nolde, da un Courbet, da un Beckmann, un Liebermann, o un Dix. Si trattava in parte di quell'”arte degenerata” sequestrata dai nazisti a famiglie ebree o ai musei dei paesi europei occupati dalla Wehrmacht e dalle WaffenSS, che il padre Hildebrand avrebbe dovuto vendere ai collezionisti stranieri ricavando denaro per il regime. Ma le cose non andarono proprio come previsto.

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Art business nella Seconda guerra Mondiale

La vita segreta di Cornelius Gurlitt

Per garantire il più completo anonimato alle sue opere d’arte, Cornelius Gurlitt per ottanta anni è stato costretto a trascorrere una vita molto singolare. Non cercò mai un lavoro, non ebbe mai un numero di previdenza sociale né una pensione o un’assicurazione medica. Si dedicò con pazienza alla pittura e al restauro all’interno delle sue case – oltre che in un appartamento di Monaco, anche in una piccola villetta – rifugio nei pressi di Salisburgo.

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Nelle poche occasioni in cui si era visto a corto di soldi, aveva a malincuore venduto qualche pezzo minore della sua collezione, che contava più di mille pezzi, prendendo contatti con il settore della aste in maniera del tutto legale: bastava dichiarare che si trattava di una vendita privata. Ovviamente, nella sua lunga vita, non aveva mai comprato un solo dipinto. Si era semplicemente limitato a conservare e custodire quelli che il padre gli aveva affidato alla sua morte, avvenuta nel 1956 in seguito ad un incidente d’auto. Ma il suo amore per i quadri paterni era sbocciato molto prima. Forse quando, ventinovenne, li aveva trasportati sotto il violentissimo bombardamento di Dresda, dalla città trasformata in un cumulo di macerie al più sicuro appartamento di Monaco di Baviera, dove si sarebbe, di lì a poco, ritirato a vivere con sua madre.

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Cornelius Gurlitt fece della protezione dei suoi quadri una missione e una esperienza totalizzante. Ritirato a debita distanza dal mondo, che non conobbe mai praticamente da vicino, nella sua vita fece  a meno anche dell’amore, pur di non condividere con altri il suo grande segreto. Ma questo non sembra essere stato di grande peso per lui: aveva i suoi quadri e con essi sarebbe morto, come desiderava, se, per caso, gli agenti della polizia svizzera non lo avessero trovato in viaggio su un treno con 9 mila euro in tasca. Un portafoglio un po’ troppo pesante per un vecchietto di 78 anni che non aveva mai lavorato né richiesto un solo sussidio.

Il ritrovamento delle 1406 opere d’arte

Nella primavera del 2012, nel corso di una verifica fiscale del soggetto, infatti, i funzionari doganali tedeschi ottengono un mandato di perquisizione per entrare nell’appartamento di Cornelius Gurlitt nello Schwabing, un quartiere di Monaco considerato di lusso, e lì scoprono esattamente 1.406 opere d’arte per un valore stimato di 1 miliardo di euro. Queste opere d’arte già una volta, alla fine della guerra, erano state indicate dagli alleati come rubate dai nazisti, ma successivamente erano state incredibilmente restituite al possesso di Hildebrand Gurlitt.

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Furono così successivamente ereditate dal figlio Cornelius che le ha custodite per una vita intera. Gurlitt infatti ha praticamente vissuto per decine di anni “come un eremita”, totalmente isolato dal mondo, pur di custodire il segreto di quel migliaio di opere sparse tra armadi, sgabuzzini e stanze ripostiglio, rifiutando l’ingresso nel suo appartamento anche ai più stretti membri della sua famiglia.

La morte di Cornelius Gurlitt

Cornelius Gurlitt muore il 6 maggio 2014, all’età di 81 anni, nella sua casa di Monaco di Baviera, in seguito ad un complesso e delicato intervento al cuore. Le sue condizioni di salute, tuttavia, erano cagionevoli da molto tempo. Prima della sua morte, però, forse proprio per questo motivo, aveva scritto un testamento in cui dichiarava il Museo d’Arte di Berna, in Svizzera, il suo “unico erede”. Una autentica sorpresa, da parte del “custode” che per anni si era preso cura del tesoro del nazismo. Questo lascito ha creato così l’apertura di una ulteriore controversia sulla adeguatezza del museo ad accettare l’onerosa eredità. Il museo ha deciso alla fine di accettare le opere che non erano giuridicamente di proprietà dei proprietari precedenti all’era nazista, o dei loro eredi, e ha stipulato un accordo con le autorità svizzere per la consegna di questo lascito.

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Alcuni esponenti della famiglia di Gurlitt (in particolare dei cugini) sono alla fine entrati nel merito della discussione, sollevando dubbi sulla legalità della volontarietà di questo gesto, basato sullo stato d’animo dell’anziano parente in quel momento. Solo nelle ultime settimane, infatti, Gurlitt sembrava essersi aperto alla possibilità di una restituzione dei quadri agli eredi degli ebrei a cui erano state trafugate le opere d’arte, non escludendo la cessione, almeno di una parte di esse.

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La magistratura tedesca ha fino ad oggi stabilito che 458 delle opere d’arte custodite da Gurlitt sono state trafugate effettivamente dai nazisti agli ebrei negli anni della Seconda Guerra Mondiale. Il processo di liquidazione dei beni Gurlitt è andato comunque avanti. Alcune delle opere d’arte sono state restituite agli eredi dei proprietari precedenti, e almeno una delle principali opere d’arte della collezione di allora – è stata messa all’asta e venduta; si tratta dei Due cavalieri su una spiaggia (1901), di Max Liebermann.

Eppure sull’intera vicenda umana – e artistica – di Cornelius Gurlitt non sembra ancora calata la parola fine.

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