Juan Peron, da militare a Presidente 70 anni fa: una vita “paradossale”

Juan Domingo Perón era quello che i latino americani sono soliti chiamare un fenomeno. La sua vita infatti, sempre sopra le righe, è stata un autentico paradosso. Era un soldato ma divenne il capo e l’idolo di un movimento sindacale che ebbe una lunga storia di opposizione alle forze armate e al militarismo in generale. Riuscì a dividere l’opinione pubblica del suo Paese più profondamente e amaramente di chiunque altro in diverse centinaia di anni, ma quando tornò al potere, dopo quasi una generazione, divenne simbolo di unità e riconciliazione.

Nel corso della sua vita fu costretto a vivere diciotto anni in esilio, ma pur intrattenendo esigui contatti personali con quelli del suo rango e i suoi seguaci, ma è stato comunque in grado di mantenere una forte presa sulla loro fedeltà. Vedeva se stesso come un leader di grande importanza, ma ha così combattuto con successo qualsiasi figura subordinata che potesse eventualmente contestare la sua posizione che ha lasciato in eredità un movimento politico quasi senza guide, la cui sopravvivenza è stata altamente problematica. Ha attuato politiche economiche e sociali che erano attese da veramente lungo tempo, ma ha lasciato il suo paese in preda forse alla peggiore crisi economica della sua storia. Un tale intreccio di contraddizioni ha dominato la vita di Juan Domingo Peron per oltre sette decenni: questa è la sua storia.

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Biografia di Juan Peron: una vita “paradossale”

Sono passati ormai 70 anni da quando fu eletto, per la prima volta, Presidente dell’Argentina: era infatti il 24 febbraio 1946 quando, sfruttando il largo sostegno popolare che si era guadagnato tra la classe operaia, vinse le elezioni presidenziali. In seguito ricoprì questa carica per altre due volte (dal 1951 al 1955 e dal 1973 alla morte, avvenuta nel 1974), creando un caso praticamente unico nella storia della sua nazione. Grazie a questo suo “dominio istituzionale”, divenne il politico argentino più influente di tutto il XX secolo.

L’infanzia in Patagonia

Juan Domingo Perón era nato a Lobos, nella provincia di Buenos Aires, l’8 ottobre del 1895. Nel 1899 suo padre, Mario Thomás Perón, aveva lasciato la famiglia per cercare migliori opportunità economiche in Patagonia. Una volta sistematisi in un ranch vicino a Rio Gallegos, la famiglia poté finalmente riunirsi. Questa esperienza in una terra di lavoro fu cruciale per il piccolo Juan: fu qui infatti che Perón venne a conoscenza delle “terribili differenze” che esistevano tra la vita “borghese” della sua famiglia e quella delle mani del ranch (i peones), che dormivano “nel capannone, senza lenzuola, con solo uno o due coperte, a volte anche senza un letto”.

Nel sud della Patagonia, ai primi del Novecento, non c’erano scuole, così nel 1904 i genitori di Perón mandarono lui e suo fratello a frequentare una scuola elementare a Buenos Aires, nella capitale. Lontano dalla sua famiglia e dalla casa, Perón imparò presto a vivere di espedienti.

Una vita nell’esercito

Fu più o meno verso i 15 anni che decise per una formazione universitaria in medicina e superò l’esame di ammissione al Colegio Militar, l’accademia militare argentina. Fu infatti nelle caserme che Perón trovò quel cameratismo che non aveva avuto la possibilità di godere da bambino.

Entrò nell’esercito dopo la laurea nel 1913 come sottotenente di fanteria, la cavalleria era infatti riservata ai giovani rampolli delle famiglie più altolocate della sua, ma la sua carriera non fu subito eccezionale. Era un campione di scherma, divenne istruttore in varie scuole militari e fece esperienze all’estero, ad esempio come addetto militare in Cile. Promosso al grado di tenente nel 1915, alcuni anni più tardi si fece notare anche come leader e insegnante. Dopo alcuni anni di fidanzamento, infine, sposò la sua prima moglie, Aurelia Tizón, nel 1929, ma questa morì prematuramente nel 1937 di cancro uterino.

Nel frattempo nel settembre del 1930 l’Argentina subì un primo colpo di stato a causa dalla grande depressione che si stava diffondendo a livello mondiale. Perón fu un partecipante minore dell’azione eversiva, ma questo gli lasciò in eredità un insegnamento prezioso. Capì infatti che la mobilitazione massiccia dei civili a favore della causa aveva aiutato la vittoria militare: una lezione che avrebbe usato a suo vantaggio in futuro.

Il periodo dei viaggi in Europa

Appena ritornato dal Cile Peron fu inviato, nel 1938, con parecchi altri ufficiali, a studiare le organizzazioni militari di Italia e Germania. Forse l’insegnamento che aveva ricevuto in accademia militare aveva sigillato il suo favore verso la dittatura fascista e i totalitarismi. In realtà, durante la sua visita era perfettamente convinto che l’Asse fosse destinato a vincere la Seconda Guerra Mondiale. In Germania ebbe modo di osservare alcune delle prime vittorie del Terzo Reich, ma nel corso del suo viaggio fu l’Italia ad affascinarlo in maniera inaspettata. Nel periodo successivo sottolineò infatti più volte quanto avesse potuto imparare dagli errori commessi da Mussolini nel cercare di imporre una struttura di stato corporativo alla società italiana. Così, quando ritornò in Argentina, nei primi mesi del 1941, con una fede schiacciante nella causa dell’Asse, era anche convinto della necessità di una svolta alla “Mussolini”.

Tornato in Argentina con il nuovo grado di colonnello, entrò subito nel Gruppo degli Ufficiali Uniti. Il GOU era una sorta di organizzazione non affatto rara negli eserciti dell’America Latina. Era composto da ufficiali con il grado di colonnello o inferiore. L’obiettivo finale del GOU era quello di creare una “loggia”, una “confraternita” di ufficiali che condividevano gli stessi ideali. In questo contesto Juan Perón era uno degli ufficiali di più alto rango e nel 1943 arrivò più vicino che mai alla rivoluzione che lo avrebbe spinto verso l’alto.

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Il colpo di stato del 1943

Juan Peron fu infatti tra i cospiratori che sostennero il colpo di stato del generale Edelmiro Farrell contro il presidente Ramón Castillo e venne ricompensato con le cariche di Ministro della Guerra e poi Segretario del Lavoro. Come Segretario del Lavoro, fece le riforme liberali che lo legarono per sempre alla classe operaia argentina. Nel biennio 1944-1945 venne inoltre nominato Vice Presidente dell’Argentina, sempre sotto Farrell. Nel mese di ottobre 1945, i nemici conservatori cercarono di estrometterlo dal suo incarico, ma le violente proteste di massa, guidate dalla sua nuova compagna Evita, costrinsero i militari a ricondurlo al suo ufficio. Quattro giorni più tardi sposò ufficialmente la ragazza di 24 anni che aveva cambiato la sua vita.

Il colpo di stato del 1943, che mise il Generale Pedro Pablo Ramirez alla presidenza dell’Argentina, fu considerato un gesto impopolare tra la popolazione civile. Di conseguenza, Perón e altri ufficiali più giovani capirono che i soldati avrebbero dovuto ottenere il sostegno civile se avessero voluto rimanere al potere. Dopo qualche esitazione, si rivolsero al movimento operaio organizzato per tale sostegno. Perón come Segretario del Lavoro, tra il 1943 e il 1945, costruì una vasta circoscrizione tra classi lavoratrici urbane e rurali del Paese. Lo fece sostenendo con forza i sindacati, che avrebbero collaborato con lui attuando politiche del lavoro favorevoli ai meno abbienti e iniziative di legislazione sociale.

Fu proprio nell’amministrazione Ramirez che Perón incontrò Eva Duarte, cantante e attrice, nel gennaio del 1944. Divenne ben presto la sua amante, ma Perón prese a trattarla subito come una moglie. Il loro rapporto produsse una valanga di pettegolezzi, ma Juan non sembrava curarsene. Poco più tardi Eva fu la risorsa inestimabile della candidatura di Peron a Presidente dell’Argentina. La sua empatica relazione con i più sfortunati del popolo non aveva precedenti: inaugurò importanti programmi sociali per gli argentini più poveri, promosse il suffragio femminile e era solita distribuire personalmente denaro contante per le strade ai bisognosi.

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Juan Peron Presidente dell’Argentina (1946-1951)

Una volta in carica, Perón perseguì politiche sociali volte a potenziare il potere della classe operaia che l’aveva sostenuto. Ampliò notevolmente il numero di lavoratori iscritti ai sindacati e sostenne la sempre più potente Confederazione Generale del Lavoro (CGT), creata nel 1930. Per distinguersi dalle correnti politiche dominanti al tempo, definì il suo movimento la “terza via”, o giustizialismo, una temeraria via di mezzo tra capitalismo e comunismo.

Più tardi i leader populisti e nazionalisti dell’America Latina avrebbero adottato molti elementi del peronismo. Perón fece inoltre grandi sforzi per per industrializzare il paese. Nel 1947 annunciò il primo piano quinquennale per aumentare il numero delle industrie nazionalizzate di recente. La sua ideologia, anche in campo economico, ebbe un’influenza centrale sui partiti politici argentini degli anni successivi.

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Tuttavia, dalla classe media e alta argentina, le politiche del lavoro di Peron vennero considerate troppo socialiste: sentimenti negativi tra le classi superiori abbondavano verso i lavoratori dell’industria provenienti dalle zone rurali. Alle nuove elezioni presidenziali, nel 1951, fu riconfermato nella sua carica.

Il secondo mandato come Presidente dell’Argentina (1951-1955)

I problemi di Peron iniziarono con il suo secondo mandato. La morte di Eva per cancro nel 1952 inferse un colpo mortale a Perón. Le venne accordati speciali. Ci furono anche tentativi di canonizzazione come “Santa Evita”. L’economia ristagnava e la classe operaia cominciava a perdere fiducia in Peron. La sua opposizione, fatta per lo più di conservatori che disapprovavano le sue politiche economiche e sociali era diventata più audace. Dopo aver tentato di legalizzare la prostituzione e il divorzio, fu scomunicato. Nel corso di una manifestazione di protesta, gli avversari in campo militare lanciarono un nuovo colpo di stato con il supporto dell’Air Force, bombardando una Plaza de Mayo gremita di folla, uccidendo quasi 400 civili. Il 16 settembre 1955 i capi militari presero il potere a Cordoba e Peron fu costretto a cedere il passo.

Gli anni dell’esilio di Juan Peron (1955-1973)

Juan Peron andò quindi in esilio, prima in Paraguay e, successivamente, in Venezuela, Panama e Repubblica Dominicana, per stabilirsi definitivamente in Spagna. Manteneva però contatti diretti con i suoi sostenitori, che rappresentavano circa il 25 per cento degli elettori e continuava a dominare il movimento dei lavoratori.

Il ritorno al potere (1973-1974)

Il nuovo governo fece di tutto affinché i cittadini dimenticassero Perón. Ma cedendo alle pressioni dell’opinione pubblica, piano piano i peronisti vennero gradualmente tollerati e, infine, venne concesso loro di concorrere per una carica elettiva. Nelle elezioni del 1973, infatti, la maggior parte della popolazione votò per il candidato peronista portandolo alla vittoria, ma il presidente eletto, Hector Campora, si rivelò un disastro. Si dimise in quello stesso anno, ponendo le basi per il ritorno al potere di Perón stesso.

Nuove elezioni presidenziali si svolsero questa volta nel mese di settembre del 1973 e Perón vinse, ma afflitto dall’età, dalla malattia e dalla stanchezza, il paese andò presto alla deriva e, come l’inflazione aumentò a dismisura, l’economia divenne fuori controllo. Perón morì per un attacco cardiaco il 1 luglio del 1974. Il controllo della nazione passò quindi al suo Vice Presidente, la terza moglie, Maria Estela (“Isabel“) Martinez de Perón, un’ex ballerina che aveva spostato nel 1961. Sprovvista di esperienza politica, governò l’Argentina per un altro anno e mezzo, ma anche lei fu rimossa dal potere dall’ennesimo colpo di stato militare, avvenuto nel mese di luglio del 1976.

Il difensore dei criminali di guerra

Juan Perón è passato tristemente alla storia anche per le discutibili “simpatie” nutrite per alcuni nemici internazionali di quegli anni, a causa del rifugio e dell’accoglienza offerta ad alcuni criminali di guerra nazisti, come Erich Priebke, arrivato n Argentina nel 1947, Josef Mengele, arrivato nel 1949 e Adolf Eichmann, rifugiatosi lì nel 1950. Eichmann fu poi catturato da agenti israeliani inviati in Argentina, incriminato da un tribunale israeliano con l’accusa di crimini contro l’umanità e crimini di guerra, condannato e impiccato. Le sue ultime parole furono “Viva l’Argentina”. Solo l’ennesimo paradosso che arrivava a tingere di rosso la vita di Juan Domingo Peron, caparbiamente vissuta tra amara polvere e iridati altari.

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