I Millennials non leggono gli ebook, preferiscono i libri di carta

Scrivere la storia della lettura nel XXI secolo non è ancora possibile. Troppo pochi anni sono passati rispetto a quelli che servirebbero per un’analisi approfondita da parte di chi se ne dovrebbe occupare – gli studiosi di storia della cultura – e, cosa ancora più importante, trasformazioni troppo grandi e molto poco chiare sono tuttora in atto tra il pubblico dei lettori. Al di là di questa piccola premessa, tuttavia, esistono già una serie di dati e di statistiche che sembrano raccontare come milioni di giovani lettori stanno vivendo il confronto con i libri e la lettura digitale

Nella società globalizzata dalla digitalizzazione imperfetta, sembra ormai chiaro che le ultime generazioni, quelle dei Millennials e dei nativi digitali, non abbiano poi preso così a cuore la causa degli ebook. Quando si tratta di passare molte ore a contatto con un libro, per studio o per divertimento, i nati tra il 1980 e il 2000 non hanno dubbi: le loro preferenze vanno alla cara vecchia carta, al tradizionale volume a stampa vecchio di oltre cinquecento anni ma ancora in perfetto stato di salute. E così anche le preferenze dei più giovani, quei nativi digitali che sì e no arrivano ora a 15 anni e non hanno ancora compiuto tutto il loro percorso di scolarizzazione.

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Un dato tra tutti per spiegare questo stato di cose: solo il 9 per cento degli studenti universitari americani si affida oggi ai libri in formato digitale, secondo quanto afferma un sondaggio realizzato dal Washington Post. E pensare che le università americane sono state le prime a mettere a disposizione dei loro utenti cataloghi di volumi completamente digitalizzati. Ancora un lontano sogno per molti europei a cui più che la lettura starebbe a cuore la conservazione del patrimonio librario. E questo persino a fronte di alcune evidenti facilitazioni: i libri digitali, infatti, vengono offerti gratuitamente agli studenti, ma questi ultimi preferiscono ancora spendere – o meglio investire – migliaia di dollari per l’acquisto di testi di carta nuovi o usati.

Come mai, dunque, almeno il 25 per cento degli studenti americani delle nuove generazioni (sempre dati del Washington Post, questa volta da un servizio di Michael S. Rosenwald) preferisce i vecchi libri di carta ai nuovi e leggerissimi ebook? Non dovrebbero essere proprio loro i fagocitatori della tecnologia, iperattenti, iperattivi e iperconnessi come in tutte le altre attività che li riguardano? Perché mai per la lettura viene fatta questa misteriosa eccezione?

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Le ragioni di questo complesso fenomeno culturale, come spesso accade, sono molteplici e se le ricerche che hanno tentato di individuare le cause del problema non fossero durate anni, probabilmente adesso non avremmo neanche questi pochi dati di cui servirci. Nel frattempo, qualcuno ci ha provato. E’ stata la linguista americana Naomi S. Baron, dell’American University di Washington, autrice di un libro sul destino della lettura nell’era digitale, il cui titolo è Words Onscreen, parole sullo schermo.

Alla lettura dei libri a stampa fatti di carta al posto di quelli digitali su tablet o pc sono connessi una serie di abitudini e comportamenti pratici, in cui il dato della fisicità del mezzo sembra rivestire una importanza fondamentale. Il libro a stampa è un oggetto che rimanda e rilascia sensazioni fisco – tattili – olfattive che un ebook non riesce ancora a replicare. Il libro di carta è un oggetto dello spazio che occupa uno suo posto nel mondo fisico, le sue pagine si possono toccare, piegare, scarabocchiare, ritagliare, sottolineare e persino macchiare. E hanno un loro caratteristico odore. Si può interagire con esso con una serie di strumenti scrittori ancora fondamentali nella nostra società, come la matita o la penna a biro –  con buona pace della smaterializzazione culturale – per arrivare fino ai divertenti pastelli ed evidenziatori colorati. Non si tratta dunque di un generale, nostalgico sguardo al passato o di una nuova moda vintage, ma un fatto di comodità.

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E’ indubbiamente vero: i libri veri pesano molto di più negli zaini dei ragazzi e ogni inizio anno scolastico questo elemento torna a fare notizia perché si ricomincia a parlare di carico complessivo sulle spalle degli studenti, di tetti di peso e di tetti di spesa, di zainetti – trolley e di libri suddivisi in più tomi e in più volumi. Al libro come oggetto fisico sembrano però essere collegate tutte una serie di prassi tecnico – mnemoniche di cui neanche i nativi digitali riescono a liberarsi. La lettura che si effettua sulla carta è una lettura forse più dispendiosa a livello di tempo, ma sicuramente più produttiva dal punto di vista della memorizzazione. Solo il 16 per cento dei lettori digitali riesce a lettere parola per parola un testo che vede attraverso un display o uno schermo. La lettura sui device elettronici, è, per antonomasia, una lettura veloce. Pratica, senza dubbio, ma sicuramente più distratta. Nessuno si sofferma su una pagina web o su qualcosa che le assomiglia per più di un minuto. Il lettore medio di Internet è abituato a cogliere solo ciò a cui è interessato, tralasciando il resto. L’impulso al click è troppo forte, e, persino quando si scorrono gli ebook, la tentazione resta.

Per tutti questi motivi marcatamente cerebrali, che descrivono il modo in cui il cervello entra in relazione con il contenuto delle pagine di un libro, già fortunatamente messi in luce da alcuni studiosi di neuroscienze e da recenti ricerche, i Millenials continuano a preferire la carta al formato digitale. E per i più giovani nativi digitali, come sottolineato nel 2008 dalla neuroscienziata Maryanne Wolf, si deve semmai sventare il pericolo che, abituati sin dai primissimi cicli scolastici a leggere tramite ebook, perdano l’abitudine ad una lettura profonda: un rischio decisamente concreto tra coloro che leggono libri smaterializzati, dal momento che il 90 per cento dei lettori di ebook afferma di perdere sistematicamente il filo.

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Sempre la cognitivista Maryanne Wolf ha infatti spiegato che la pratica della lettura racchiude delle componenti di fisicità che non si possono eliminare, a meno di pregiudicare il risultato, cioè la buona riuscita della lettura stessa. Quando si legge un ebook si tende a perdere in buona parte quella “sensazione tattile del progresso” che un libro a stampa è invece in grado di conferire e, perdendola, si cominciano ad avere problemi persino nella ricostruzione della trama di ciò che si è letto. La consapevolezza del progresso è quella che contribuisce a creare nella testa delle persone la rappresentazione mentale a cui vengono agganciati i nuclei  di significato. Le pagine di un libro a stampa offrono due precisi spazi tra cui orientarsi, otto angoli a cui fare riferimento. Se si legge un libro digitale, invece, le mappe percettive tendono ad essere più sbiadite e confuse e si perde più facilmente l’orientamento. Leggere un libro è in fondo come fare un viaggio o percorrere una strada che non è mai percorsa: per orientarsi si ha bisogno di memorizzare precisi punti fisici da richiamare, all’occorrenza, alla memoria.

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Dunque, la carta. La carta, con il suo ineliminabile bagaglio di fisicità, vive oggi uno dei più inaspettati paradossi culturali ed editoriali che si potessero mai immaginare. Come è stato affermato anche da importanti società di consulenza globale, come Deloitte, lungi dall’essere moribonda, la miracolosa invenzione di qualche millennio fa, è ancora la più richiesta sul mercato quando si tratta di editoria, e le vendite dei libri a stampa, nell’era della digitalizzazione, restano ancora cinque volte superiori a quelle degli ebook. E negli anni in cui il successo dell’e-commerce cresce secondo una progressione geometrica, i libri tradizionali generano ancora l’80 per cento del fatturato totale (dati Deloitte 2015). In Italia il mercato degli ebook, sebbene in crescita, sfiora appena il 5 per cento del totale.

Scettico in merito ad un improvviso sorpasso del digitale rispetto al cartaceo è persino il più grande editore al mondo di testi scolastici e universitari: il presidente della Pearson, Don Kilburn, che tuttavia da anni produce libri totalmente digitali o misti per le scuole di ogni ordine e grado. Ritiene infatti che l’attuale rivoluzione digitale sia più che altro una “evoluzione ancora indecifrabile”.

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Alle soglie del 2016, in piena rivoluzione digitale, si può così affermare con i marketer di Deloitte che la stampa gode ancora di ottima salute. Ci vorranno ancora molti, molti anni prima di poter parlare di un sorpasso degli ebook – almeno per come noi li conosciamo, considerando lo stato attuale dei device tecnologici – sui libri cartacei. In fondo la “cultura cartacea” (papiri compresi) ha accompagnato l’uomo sin quasi dai primordi della scrittura e nelle grandi rivoluzioni culturali che hanno interessato la storia della lettura nel corso dei secoli – ad esempio il passaggio dal rotolo al codice, dal papiro alla pergamena o l’invenzione della stampa a caratteri mobili – la “carta” è sempre stata presente. A cambiare sono stati i supporti scrittori e le tecniche di produzione dei libri, e persino questi passaggi, presi singolarmente, non sono mai completamente avvenuti in meno di un paio di secoli.

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Ecco perché il confronto decisivo tra libro a stampa e libro digitale è solo rimandato.

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