I film italiani vincitori a Venezia dal 1946 ad oggi

Dal 1946 ad oggi numerosi capolavori della storia del cinema italiano sono passati sotto i riflettori della Mostra del Cinema di Venezia, la più importante manifestazione dedicata alla settima arte nel nostro Paese. Nata solo qualche anno dopo rispetto l’Academy Awards, l’analoga istituzione americana che sovrintende alla consegna degli Oscar, ha vissuto diverse fasi di sviluppo negli anni ’30 e ’40 che l’hanno portata a configurarsi come una manifestazione internazionale con cadenza annuale.

Dopo alcuni anni di assegnazione della Coppa Mussolini, infatti, la più alta riconoscenza assegnata dalla giuria della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia è stato sempre il Leone d’Oro al miglior film, simbolo della città lagunare e della sua basilica intitolata a San Marco.

Dal 1946 ad oggi numerosi film italiani e francesi sono stati insigniti del più alto riconoscimento. Particolarmente prolifico in questo senso per la cinematografia italiana  è stato il decennio che va dal 1960 al 1970, in cui i registi del Belpaese si sono aggiudicati per ben cinque volte il prestigioso trofeo.

Ecco quali sono stati i film italiani premiati con il Leone d’Oro alla Mostra del Cinema di Venezia dal 1946 ai nostri giorni.

I film italiani vincitori a Venezia dal 1946 ad oggi

1. Giulietta e Romeo di Renato Castellani (1954)

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Il primo film italiano ad aggiudicarsi il Leone d’Oro alla Mostra del Cinema di Venezia è la trasposizione cinematografica di una delle più famose tragedie di Shakespeare, Romeo e Giulietta. La pellicola di Renato Castellani, Giulietta e Romeo, impegna il regista per ben sei anni, ma poi oltre ad avere la meglio in laguna su Senso di Luchino Visconti, uscito nello stesso anno, risulta subito un vero trionfo di pubblico. Abituati all’intrattenimento in bianco e nero gli spettatori italiani premiano il formato a colori, un colore che esalta quel maniacale perfezionismo estetico ed iconografico che fa di questa pellicola una vera opera d’arte: nonostante l’impiego di attori non professionisti.

2. La grande guerra di Mario Monicelli e Il generale Della Rovere di Roberto Rossellini (1959)

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Il secondo dei film italiani vincitori a Venezia negli anni ’50, La grande guerra di Mario Monicelli, è considerato ancora oggi uno dei capolavori indiscussi della cinematografia nazionale. Al centro della vicenda è la Prima Guerra Mondiale, la deplorevole guerra di trincea, vissuta attraverso gli occhi dei due soldati protagonisti del film, Alberto Sordi e Vittorio Gassman, inizialmente amorfi e poveri di ideali, che tuttavia trovano, all’interno del conflitto, una personale via di riscatto, fino ad un gesto di estremo eroismo. Questa pellicola di stampo neorealista, sospesa tra il serio e il faceto, mirabilmente rigorosa dal punto di vista storico, non è però solo ispirata al racconto Due amici di Guy de Maupassant ma include anche scene e situazioni provenienti da due famosi romanzi autobiografici italiani  sul primo conflitto mondiale: Un anno sull’altipiano di Emilio Lussu e Con me e con gli alpini di Pietro Jahier. La memorialistica di guerra supporta quindi, scena dopo scena, uno dei più bei film sulla guerra mai girati.

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Il primo film italiano in cui si utilizza lo zoom come espediente di ripresa è anche quello che viene premiato in ex aequo alla Mostra del Cinema di Venezia nel 1959, insieme alla Grande guerra di Mario Monicelli: Il generale Della Rovere di Roberto Rossellini. Sempre la guerra è protagonista di questa seconda pellicola, ma la vicenda, ambientata negli ultimi anni del secondo conflitto mondiale, traccia attraverso le miserie del protagonista, Vittorio De Sica, nei panni del finto generale Della Rovere, uno spaccato dei valori della Resistenza e della Guerra di Liberazione. Si tratta in realtà di una storia di redenzione nata dalla penna di Indro Montanelli, che per la stesura del trattamento si era ispirato a fatti vissuti in prima persona ai tempi della guerra.

3. Cronaca familiare di Valerio Zurlini (1962)

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La vicenda narrata invece in Cronaca familiare di Valerio Zurlini, il film premiato con il Leone d’Oro a Venezia nel 1962, è ambientata tra le due guerre. Questa volta siamo nella Firenze degli anni Trenta, dove si svolge il romanzo autobiografico di Vasco Pratolini – uno dei narratori più interessanti del nostro dopoguerra – da cui è tratto il film. I due giovani interpreti Marcello Mastroianni e Jacques Perrin danno spessore ad una storia di espiazione incentrata sulla psicologia delle figure maschili. Con questa pellicola si apre una stagione molto promettente per il cinema italiano che nel corso del decennio sarà più volte premiato dalla giuria lagunare.

4. Le mani sulla città di Francesco Rosi (1963)

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Dopo la Grande guerra, il Secondo conflitto mondiale e la Guerra di Liberazione, il film di Francesco Rosi Le mani sulla città, che riceve il Leone d’Oro nel 1963, ci porta nella Napoli degli anni ’60, all’indomani di quel boom economico che cambierà per sempre il volto dell’Italia, nel capoluogo partenopeo come altrove. Al centro della vicenda c’è infatti la grande speculazione edilizia decretata dal business della ricostruzione, nel suo inestricabile intreccio di denaro, politica e potere, dove l’invasione del cemento armato diventa il cacofonico preludio della moderna alienazione. Non a caso questa pellicola sceglie una fotografia in bianco e nero dagli alti contrasti e diventa il film proiettato da Peppino Impastato al circolo Musica e cultura nel più recente I cento passi di Marco Tullio Giordana.

5. Il deserto rosso di Michelangelo Antonioni (1964)

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Ci riporta invece in un mondo a colori il film premiato l’anno successivo al Festival del Cinema di Venezia, Il deserto rosso di Michelangelo Antonioni, che viene apprezzato dalla critica proprio per la sua grande sperimentazione cromatica. La protagonista del film è una profonda e sensibile Monica Vitti, che vive in prima persona la nevrosi della società dei consumi, il malessere dell’industrializzazione scaturita dal boom economico. La pellicola di Antonioni dialoga quindi quasi in continuità con quella di Rosi, perché dell’alienazione metropolitana mette a nudo la sua fase più acuta, il suo deserto umano e morale.

6. Vaghe stelle dell’Orsa di Luchino Visconti (1965)

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Dopo anni di film corali e impietosi spaccati storici sull’Italia contemporanea, la pellicola premiata a Venezia nel 1965, Vaghe stelle dell’Orsa, ripiega improvvisamente nella vita privata. A dirigerla è Luchino Visconti, che, partendo da una citazione di Giacomo Leopardi – il titolo ripete infatti il celebre verso iniziale de Le ricordanze – porta sullo schermo una torbida e sofferta storia di incesto tra due fratelli, tema non estraneo del resto alla filmografia del grande regista.

7. La battaglia di Algeri di Gillo Pontecorvo (1966)

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L’anno successivo al trionfo di Visconti torna ad essere premiato alla Mostra del Cinema di Venezia un film di guerra. Questa volta si tratta però di una coproduzione italo algerina, che, grazie all’occhio impeccabile di Gillo Pontecorvo, testimone obiettivo delle vicende storiche, narra i fatti da poco trascorsi della guerra di Algeria, conclusasi con il referendum del ’62. La battaglia di Algeri viene così girato interamente nella capitale del Paese in un paese ancora chiuso agli stranieri, all’indomani dell’ottenimento dell’indipendenza dal governo francese. Per accrescere lo spirito di testimonianza del progetto vengono impiegati per lo più attori non professionisti. Anche alcune scelte tecniche, come l’utilizzo “anomalo” di una cinepresa da 16mm e la fotografia in bianco e nero, sono tutte volte alla creazione di un vero documento storico sulla decolonizzazione dei paesi del Maghreb.

8. La leggenda del santo bevitore di Ermanno Olmi (1988)

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Dopo i numerosi successi degli anni ’60 il film italiano che trova il massimo riconoscimento da parte della critica alla Mostra del Cinema di Venezia è La leggenda del santo bevitore di Ermanno Olmi, che arriva a più di venti anni di distanza dal precedente film insignito del Leone d’Oro, nel 1988. Basato sul romanzo autobiografico di Joseph Roth la storia vorrebbe essere anche questa volta una storia di riscatto, incentrata sul protagonista Andreas Kartack, interpretato profondamente da Rutger Hauer. Intervengono però degli eventi che portano il senzatetto lontano dal suo proposito di tenere fede alla promessa fatta e al suo onore: quella di restituire la somma di denaro avuta in prestito dal suo benefattore.

9. Così ridevano di Gianni Amelio (1998)

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Nel 1998, dieci anni dopo, la giuria di Venezia elegge miglior film dell’anno Così ridevanoLa fase più moderna della questione meridionale è al centro di questa pellicola di Gianni Amelio ambientata nella Torino degli anni ’60, dove si sono trasferiti in massa tantissimi meridionali in cerca di lavoro, tra cui siciliani e calabresi. Attirati dalla speranza di una vita migliore, i protagonisti del film sopportano una vita di sacrifici e a volte di discriminazione da parte della popolazione locale, pur continuando a nutrire un sogno di ascesa sociale. In un quadro non facile sul tema della diversità e della emarginazione tra persone dello stesso sangue, che si impregna di tutta la forza della più recente storia italiana, risalta l’interpretazione di Enrico Lo Verso, che nutre profondi sentimenti verso il fratello più piccolo e apparentemente indifeso.

10. Sacro GRA di Gianfranco Rosi (2013)

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Nel 2013 viene infine premiato, come miglior film della Mostra del Cinema di Venezia, il documentario di Gianfranco Rosi, Sacro GRAprimo nella sua categoria ad ottenere il massimo riconoscimento da parte della giuria nella storia della manifestazione. Costato al regista quasi tre anni di riprese sul campo, la pellicola documenta la vita quotidiana che si svolge ai margini della Capitale, nelle periferie degradate che gravitano attorno al Grande Raccordo Anulare, l’anello che circonda la città di Roma. Ma lo scopo dell’indagine scrupolosa del reale non è tanto la sua descrizione oggettiva, quanto la sua sublimazione, la sua trasformazione in poesia e bellezza. Siamo infatti all’ultimo stadio di quel processo che dal boom economico ci ha portato alla speculazione edilizia e poi ancora all’immigrazione di massa e alla globalizzazione: dall’alienazione della società dei consumi è nata forse la consapevolezza che l’immaginario si può, e si deve, ricostruire.

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