Quando Bennato riempì San Siro

E’ arrivato ai 70 anni, eterno Peter Pan sempre uguale a sé stesso: riccioli neri, ormai tinti, gli immancabili occhiali a specchio, jeans, armonica e una chitarra in mano. Una sera di tanti anni fa fece cadere uno stadio intero. Non era a casa sua. Napoli era lontanissima. Ma la sua musica riuscì ugualmente a conquistare Milano. Era il 1980.

Bennato San Siro 1980
Il San Paolo l’aveva già riempito due anni prima ed era stata una data importante, anche perché dopo gli anni della contestazione violenta ( il processo a De Gregori, gli incidenti ai concerti dei Led Zeppelin, Lou Reed e Santana), finalmente potevano ricominciare gli eventi musicali nei grandi spazi.

Ma lì era a casa, qui siamo a San Siro, uno stadio molto più grande che è già un mito, Bob Marley ci ha suonato solo un mese prima davanti a centomila spettatori e ancora non ci sono Vasco o Ligabue a riempirlo.

Edoardo guarda da dietro le quinte, vuole vedere, spiare, non sta più nella pelle.
Tutto esaurito, il pubblico rumoreggia , aspetta solo lui e le sue canzoni.

La sua Napoli, i Campi Flegrei, Bagnoli, l’Italsider, il mare, i due fratelli Giorgio e Eugenio con i quali ha cominciato a suonare, adesso sono lontani.
Adesso siamo a Milano e Milano in quella sera del 19 Luglio 1980 gli tributerà un successo immenso.

Già, ma come a fatto a riempire San Siro un ragazzo che fino a qualche anno prima suonava  il tamburello, l’ armonica a bocca e quello strumento bizzarro che sembra produca pernacchie, il “kazoo”,  come un qualsiasi un artista di strada?

Un ragazzo a cui, dopo l’insuccesso nel 1973 del primo disco “Non farti cadere le braccia”, il produttore della Ricordi Lucio Salvini aveva consigliato caldamente di continuare ad occuparsi di architettura, in cui si era laureato, e di smetterla con la musica, rimproverandogli una voce “sgraziata”, impossibile da sentire in radio o tv.

Come spesso succede in questi casi, ci aveva visto lungo: nel 1977 Edoardo con “Burattino senza fili” vende un milione di copie.

Che senza videomusic, il web, youtube, lo streaming , il digitale e quant’altro, sono veramente, ma veramente tante.

E’ vero, sono anni di piombo, anni politicizzati, anni impegnati, i Cantautori sono al top, ma nessuno ha fatto il “botto”di Edoardo, solo Dalla ci si avvicinerà con il disco del 1978, quello de “L’anno che verrà”.

Edoardo Bennato

I cosiddetti Cantautori, per la verità, esistevano anche prima, una nuova fauna musicale che negli anni Sessanta avevano rotto la rigida divisione di ruoli fra autore e interprete  e facevano tutto da soli, scrivevano le canzoni e le cantavano, ovvero i famosi genovesi: Bindi, Paoli, Endrigo, Lauzi, Tenco, De Andrè.

Quello che sul mercato musicale estero già succedeva da anni; infatti le loro melodie sapevano inevitabilmente di Boom italico e soprattutto di scuola francese, un po’ tristarella  e decadente, Brel e Brassens innanzitutto.

Poi arriva il trend folk americano e i neo-dylaniani-cohenisti imbracciano le chitarre acustiche e scrivono testi “alti”, evocativi, impregnati di poesia e soprattutto, ovviamente, impegnati: tocca a Guccini, De Gregori, Venditti ( che però suona il pianoforte e lascerà presto la compagnia, dirigendosi verso il pop) e i loro epigoni.
Edoardo ha anche questo nel suo dna, e le ballatone come “Venderò” e “L’ isola che non c’è”  stanno lì a testimoniarlo.

Ma dentro di sé ha anche qualcos’altro che viene da lontano,  e cioè da un juke-box in un bar dei Campi Flegrei, vicino alla ferrovia Cumana, dove da bambino avrà l “illuminazione”.

Qualcosa di musicalmente immediato, divertente, trascinante: il  Rock’n’roll e il Rhytm’n’Blues di Elvis, Chuck Berry, Jerry Lee Lewis, Little Ritchard, Fats Domino, Ray Charles.

A pescare nel suo repertorio, “Meno male che adesso non c’è Nerone”, “In prigione, in prigione”, “Tu Grillo Parlante” o “Capitan Uncino” non sfigurerebbero cantate dai Blues Brothers  (e nel 1992 arriverà addirittura l’ avventura  Chicago-napoletana del suo alter-ego Joe Sarnataro ).

Così  come i grandi rock melodici, la specialità di casa Bennato, i grandi hits  come “Il gatto e la volpe” e “Viva la mamma” sanno di Paul Anka o Neil Sedaka .

E’vero, prima di Bennato c’era stata l’avventura  di due irregolari come Gaber e Jannacci, ma non è la stessa cosa, manca il “messaggio”  e qui Bennato ci mette la sua firma: Edoardo è cattivo, ironico, caustico, allusivo e diretto, non risparmia niente e nessuno, a cominciare da sé stesso e il suo mondo in “Cantautore” ( “Tu sei forte, tu sei bello, tu sei imbattibile, tu sei incorruttibile, tu sei un Cantautore…” ) o in “Solo solo canzonette” ( “Gli impresari di partito mi hanno fatto un altro invito e mi hanno detto che finisce male se non vado pure io alla grande festa nazionale”) e  si permette di rompere le regole del gioco (come direbbe lui) facendo uscire nel 1980 prima “Uffa Uffa”, con cui attacca discografici e mercato e poi, a solo due settimane di distanza, fra la sorpresa e lo stupore generale, appunto “Sono solo canzonette”.

E’ un mondo fatto di “leggerezza” musicale che l’energia del Rock’n’Roll inevitabilmente porta con sé e di “profondità” cantautoriale anarcoide ed insofferente verso il potere, con un occhio privilegiato per l’italianità, ai quali si uniscono la melodia napoletana e l’umorismo dell’ Opera buffa  (Paisiello sarebbe strafelice di “In fila per tre” e “Dotti, medici e sapienti” ).

Un mix strepitoso che si snoda in una chiave di racconto unica: il concept.
“Burattino senza fili” è Pinocchio e ogni uomo che sta crescendo e che deve affrontare la vita e il sistema sociale perbenista-moralista che lo intrappola e  “Sono solo canzonette” e il suo Peter Pan ci fanno volare alla ricerca della libertà, del sogno e dell’utopia: questi sono i capolavori che Edoardo regala alla musica italiana del Novecento.

Certo, poi gli anni Ottanta finiscono e anche le belle favole finiscono;  dopo il tormentone estivo di “Un estate in italiana”cantato in coppia con la Nannini per il Mondiali di calcio del ‘90,  Bennato navigherà fra alti e bassi, melodia, pop, sonorità più hard, fino a ritrovare la classifica con l’ultima produzione del 2015, “Pronti a salpare”

Da qualche giorno è arrivato ai 70 anni, eterno Peter Pan sempre uguale a sé stesso: riccioli neri, ormai tinti, ovviamente, gli immancabili occhiali a specchio, jeans, armonica  e una chitarra in mano.

Quest’estate sarà ospite del Summer Jamboree Festival a Senigallia.

In fin dei conti, la sua “Isola che non c’è”, alla fine l’ha trovata: vivere e suonare sempre, fino alla fine, il suo amato Rock’n’ Roll.

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