Dopo la morte di Cornelius – Il misteroso lascito al Museo di Berna

La morte di Cornelius Gurlitt, il collezionista – pittore che, insieme al padre, il gallerista Hildebrand Gurlitt, negli anni della Seconda Guerra Mondiale aveva sottratto e salvato dalla rovina 1406 capolavori della storia dell’arte, avvenne, come abbiamo avuto modo di ricordare, solo qualche anno fa, il 6 maggio 2014, all’età di 81 anni. Cornelius si era spento infatti nella sua casa di Monaco di Baviera, in seguito ad un complesso e delicato intervento al cuore, nella stessa casa in cui poco prima, nella primavera del 2012, era stato fatto dalla polizia tedesca il fortuito ritrovamento che aveva lasciato tutto il mondo a bocca aperta.

Era stato infatti in quel signorile appartamento dello Schwabing di Monaco, un quartiere considerato di lusso, che per più di 70 anni erano state in parte conservate e in parte stipate le numerose opere d’arte sottratte dai nazisti negli anni ’30 e ’40. Una collezione di quasi 1500 pezzi, il cui valore si aggirava all’incirca all’intorno al miliardo di euro.

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Max Liebermann: Due cavalieri sulla spiaggia, 1901

Diverse erano state all’epoca le vittime di quella spoliazione: in primo luogo i possidenti ebrei, poi le vittime del regime, gli avversari politici, i possessori dell’arte degenerata e persino galleristi e musei dei paesi vinti, al tempo dell’espansione della Germania di Hitler. Con la morte di Cornelius Gurlitt, tuttavia, si aprì per il “tesoro dei nazisti” – come ormai venivano chiamati nel complesso tutti quei capolavori – una nuova fase della loro storia.

L’inaspettato lascito al Museo di Berna

Dopo aver per anni lottato per la loro segregazione e aver con forza rivendicato il proprio diritto di proprietà sulle opere, Cornelius Gurlitt al momento della sua morte sorprese tutti con un gesto più che inaspettato: un misterioso lascito al museo di Berna, in Svizzera, quel Kunstmuseum che da un giorno all’altro si ritrovò “unico erede” di una delle più grandi collezioni d’arte a livello mondiale.

Ma il contare tutte quelle opere di Matisse, Picasso, Chagall, Nolde, Otto Dix, e Max Liebermann, solo per citare i pezzi più rappresentativi della collezione, era per così dire la parte meno scomoda dell’impresa per la capitale svizzera: bisognava inoltre trovare uno spazio espositivo adeguato, risolvere i complessi problemi di attribuzione, stilare accordi di “non belligeranza” con il popolo tedesco ed eventualmente restituire le tele rubate ai legittimi proprietari sparsi per l’Europa. Solo alla fine di questo complesso iter si sarebbero finalmente potute integrare le nuove opere nelle collezioni già presenti presso il museo.

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Hans Christoph: Coppia (1924)

In un primo momento, dunque, in quell’autunno del 2014, gli svizzeri si presentarono molto prudenti, non avendo mai avuto rapporti con Cornelius nel corso della sua vita e non potendo neanche “esporre” opere che l’opinione pubblica avrebbe considerato oggetto di depredazione. In primo luogo era necessario il beneplacito delle autorità tedesche, che avrebbero potuto non concedere agli svizzeri una fetta importante del loro patrimonio culturale; in secondo luogo sarebbe stato necessario verificare le pretese e i diritti degli eredi di tutti gli ex proprietari delle opere ritrovate.

Sull’intera vicenda, infine, aleggiava almeno lo spirito, se non esattamente il vincolo normativo della Dichiarazione di Washington, con cui nel 1998, sotto la direzione degli Stati Uniti, 44 paesi si erano impegnati a promuovere l’identificazione delle opere d’arte confiscate dal regime nazista e la ricerca di «una soluzione giusta ed equa» con gli eredi dei proprietari.

Dopo un primo periodo di incertezza, tuttavia, fatte le dovute verifiche, il Museo di Berna decise di accettare l’immensa opportunità che gli veniva offerta, e questo nonostante il fatto che almeno un terzo della collezione venisse identificata come rubata ai legittimi proprietari e le informazioni sulle opere restanti – circa due terzi – fossero scarse.

L’accordo svizzero – tedesco

Secondo gli accordi che poi vennero firmati con le autorità tedesche, tutte le opere sospettate di essere state depredate dai nazisti rimasero in Germania in attesa di ulteriori ricerche, affidate ad uno gruppo di esperti appositamente creato. Il Museo d’Arte di Berna, però, si impegnò ad accertare la provenienza di ogni singolo dipinto, con grande soddisfazione da parte del governo elvetico per la soluzione raggiunta. Tre opere già rivendicate in passato vennero impacchettate per una restituzione immediata agli eredi.

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Wilhelm Lachnit: Uomo e donnna alla finestra (1923)

L’accordo venne descritto come straordinariamente equo e quasi “salomonico” dai giornali locali: veniva trovata una soluzione equilibrata anche alla spinosa questione dell’arte degenerata, per cui, per le opere considerate tali si previde un prestito prioritario ai musei in cui erano state confiscate dai nazisti”.

L’ultimo capitolo della vicenda fu la pubblicazione della lista ufficiale delle opere. Il Kunstmuseum di Berna decise di lì a poco di pubblicare le liste delle opere ritrovate nell’appartamento di Monaco di Baviera e nella casa di Gurlitt a Salisburgo, perché tutti potessero conoscere l’effettiva natura del tesoro dei nazisti e, magari, rivendicare i propri diritti.

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