Chi è Stanislav Petrov, l’uomo che salvò il mondo dalla guerra nucleare

Il grande pubblico non conosce ancora il nome di Stanislav Petrov. Forse, per una serie di inspiegabili casualità, non lo conoscerà mai. Eppure c’è stato un tempo, trentadue anni fa, in cui la vita di quest’uomo è stata decisiva per salvare quella di milioni di esseri umani. La mano di Stanislav Petrov, infatti, tenente colonnello in forze nell’Armata Rossa negli anni della Guerra Fredda, è stata quella che ha evitato, al mondo, lo scoppio della prima, imminente guerra nucleare che la storia ricordi. 

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Era la notte tra il 25 e il 26 settembre del 1983. Stanislav Petrov era l’ufficiale sovietico di turno in servizio presso il bunker Serpukhov 15, un luogo blindato della difesa russa, da cui, con l’aiuto di potenti attrezzature informatiche, i militari sovietici spiavano costantemente l’attività missilistica americana, nella tensione costante di un attacco che sarebbe potuto arrivare da un momento all’altro.

Il mondo sull’orlo della prima guerra nucleare

Erano gli anni “più caldi” della famigerata Guerra Fredda, anni in cui, per USA e Urss, i colossi che si contendevano il dominio incontrastato sul globo a colpi di minacce e malcelate rappresaglie, era diventato praticamente scontato vivere in un clima di reciproca paura. Nessun conflitto veniva effettivamente combattuto nel mondo, eppure, all’atto pratico, si viveva sempre in uno stato di guerra e di parossistica allerta: era la logica della Mutual Total Distruction, la strategia in base alla quale a minaccia si replicava con minaccia, ad attacco con attacco e a distruzione, con morte. E l’unica consegna da rispettare sarebbe stato il primato di essere i primi.

Quella notte di trentadue anni fa, il mondo, ormai diviso in rigidi blocchi contrapposti, arrivò sull’orlo dello scoppio della Terza Guerra Mondiale. Quattordici minuti dopo la mezzanotte, infatti, il più potente computer utilizzato dalle forze militari russe per monitorare la situazione, l’avveniristico sistema di rilevamento chiamato Krokus, lanciò un inatteso segnale di allarme.

Gli americani avevano sganciato un missile. Era partito da una remota base militare USA del Montana, qualche minuto prima, ed era diretto, senza possibilità di errore, contro l’Unione Sovietica. Fu proprio in questi cruciali minuti che si trovò ad essere in servizio il giovane colonnello di 44 anni Stanislav Petrov, richiamato all’ultimo minuto in sostituzione di un collega ammalato. Petrov si sarebbe aspettato di compiere la sua ordinaria notte di lavoro tra le infallibili apparecchiature della sezione spionaggio dei servizi segreti Urss, coordinando la difesa aerospaziale russa dal Centro di allerta precoce. Ma nel corso di quella notte niente fu come aveva immaginato e in un pugno di pochissimi istanti si trovò, invece, lui solo, a dover decidere le sorti di un intero pianeta.

Gli ordini superiori, in tempi di massima allerta, erano chiari. Nel caso in cui il cervellone prodigio della tecnica avesse segnalato una minaccia, l’ufficiale di turno avrebbe dovuto subito avvertire immediatamente gli ufficiali più alti in grado, perché prendessero provvedimenti.

In quel particolare frangente storico, provvedere poteva voler dire solo reagire. Così, per una manciata di minuti, Petrov fu improvvisamente colto da un primo logorante dubbio: perché mai gli americani avrebbero dovuto esporsi con un attacco missilistico, in piena notte, lanciando un solo, sparuto missile? Il KGB non li aveva da tempo informati attraverso i dispacci giornalieri che, in caso di attacco, gli USA avrebbero fatto uso di un numero ben più alto di testate balistiche?

“Tutto quello che dovevo fare era raggiungerli per il telefono, sollevare il filo diretto con i nostri comandanti – ma non riuscivo a muovermi, mi sentivo seduto come su una padella bollente”.

Una decisione fatale per il destino degli uomini

Petrov prese la difficile decisione di temporeggiare. Poteva mai trattarsi di una esercitazione, di un errore umano o di un inammissibile malfunzionamento del sistema, per quanto perfetto fosse? Nessuna importanza. Decise di attendere, sostenendo compito quella prima doccia di sudore che gli raggelava il sangue. Cinque minuti dopo, però, il suono di un nuovo allarme lo fece trasalire. Sulla plancia di controllo lampeggiavano ben quattro segnali di massima allerta. Adesso i missili erano diventati cinque. Cinque ordigni di morte che si dirigevano contro il suolo sovietico. E, ancora una volta, nel giro di pochissimi minuti, sarebbe toccato a lui decidere il da farsi.

“La sirena cominciò a ululare, ma rimasi seduto lì per alcuni secondi, fissando il grande schermo illuminato, su cui la parola rossa ‘lancio’ compariva ad intermittenza. [http://www.theblog.it.] Un minuto dopo la sirena riattaccò di nuovo. Il secondo missile era stato lanciato. Poi il terzo, il quarto ed il quinto. I computer mutarono le note di avviso da ‘lancio’ in ‘missile'”.

Non fu certo facile prendere una decisione così estrema in pochissimo tempo. E, soprattutto, restare razionali. All’interno del bunker Serpukhov era bastato già il primo segnale di allarme per mettere tutti in uno stato di frenesia collettiva. Qualcuno stava minacciando l’Unione Sovietica. Dopo i primi interminabili secondi di panico, tutti gli occhi dei militari presenti, che a forza si erano imposti un costoso autocontrollo, erano puntati su di lui: sull’ufficiale in servizio, la cui mano avrebbe dovuto schiacciare, secondo gli ordini, il pulsante rosso tenuto sotto chiave che avrebbe fatto scattare la micidiale macchina di difesa russa.

Stanislav Petrov, da ufficiale quale era, sapeva bene cosa avrebbe significato premere quel pulsante: lo scoppio immediato di un conflitto senza esclusione di colpi, la massiccia risposta della Grande Russia all’attacco di quei cinque missili Minuteman che in meno di venti minuti sarebbero piombati sul suolo sovietico.

Tuttavia, educato da civile, a differenza dei suoi colleghi di lavoro, Petrov decise, ancora una volta, di non segnalare l’accaduto. Di prendere altro tempo. Di aspettare. Come era possibile, infatti, che i radar di terra della Difesa ancora non segnalassero al loro centro la presenza dei missili intercettati dal cervellone? Come era possibile che l’intelligence non gli desse supporto in quella difficilissima decisione da prendere?

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Il 23 marzo di quell’anno il Presidente americano Reagan aveva definito la Russia “L’impero del male” e aveva lanciato la sua personale “Star Wars – Guerra delle galassie”, prendendo accordi per collocare missili nella Germania dell’Ovest e organizzando un’esercitazione militare in Europa. Sembrava riproporsi nel Vecchio Continente il tragico schema della hitleriana “Operazione Barbarossa”, con cui il capo supremo del Terzo Reich aveva ingannato persino Stalin.

Ma le alte sfere del governo russo, in quell’autunno bollente del 1983, non erano affatto disposte a ripetere gli imperdonabili errori dei propri predecessori. Proprio alcuni giorni prima avevano abbattuto senza esitazione un aereo sudcoreano che aveva sconfinato nello spazio aereo russo, incuranti del fatto che trasportava più di duecento civili, americani compresi. Al primo segno effettivo di minaccia, dunque, la Difesa russa avrebbe scaricato sui nemici l’intero arsenale. 

Centoventi persone in servizio nella base di Petrov, tuttavia, stavano ancora aspettando la sua decisione. Un qualsiasi segnale di allarme sarebbe dovuto passare attraverso 29 livelli di sicurezza per ottenere una valida conferma; e mentre questi venivano confermati, ad uno ad uno, a lui restavano poco meno di 10 minuti per prendere la sua risoluzione definitiva. Fu proprio in quei fatali 10 minuti, dunque, che Stanislav Petrov anonimo militare sovietico figlio di contadini, vide scorrere tra le sue mani il destino del mondo.

Premere il pulsante rosso avrebbe significato l’annientamento sicuro di buona parte della popolazione degli Stati Uniti, che non disponevano ancora di un sistema di rilevamento missilistico. Non premerlo, stando a quanto veniva rilevato dai sistemi, una esplosione in Russia 250 volte più grande di quella che si era avuta ad Hiroshima.

“Sapevo perfettamente che nessuno sarebbe stato in grado di correggere il mio errore, qualora lo avessi compiuto”.

A pochi minuti dal tempo previsto per l’impatto, con le mani tremendamente sudate, richiuse semplicemente il vano del bottone rosso che aveva aperto per precauzione. Decide di segnalare un malfunzionamento del sistema. Per lui, Krocus si era sbagliato e ora si poteva solo attendere il verdetto finale. C’era il 50 per cento di possibilità che la sua congettura fosse corretta. Le sirene continuavano a suonare a tutta forza, l’allarme non era ancora cessato, e nessuno più fiatava.

Solo a pochi secondi dalla fine del countdown, improvvisamente, le spie di allarme si spensero. Le sirene smettono di colpo di suonare e una folla di uomini si precipita ad abbracciarlo, mentre lui ha ormai solo le forze di accasciarsi su una sedia.

“Ventitre minuti più tardi mi sono reso conto che non era successo niente. Se ci fosse stato un vero e proprio impatto, lo avremmo già saputo. E’ stato un indicibile sollievo. Ma ammetto di non essere mai stato assolutamente sicuro che l’allarme fosse falso”.

Un falso allarme nei sistemi di controllo

La notte tra il 25 e il 26 ottobre 1983, in cui il mondo, per la prima volta, era andato più vicino che mai allo scoppio di una disastrosa guerra nucleare, si era verificato un falso allarme. Come si sarebbe saputo solo anni più tardi, alla circolazione delle prime notizie su quella tragica notte, Krocus aveva inspiegabilmente preso un abbaglio e segnalato un particolare fenomeno di rifrazione della luce solare su alcune nuvole presenti ad alta quota.

Non c’era stato nessun attacco missilistico in atto e il colonnello Petrov aveva preso la decisione giusta. Stanislav Petrov aveva salvato il mondo. Il suo buonsenso aveva risparmiato l’inutile spreco di milioni di vite umane. I suoi compagni non avrebbero mai smesso di ringraziarlo per il sangue freddo che aveva dimostrato quella fatidica notte. Intanto, per riconoscenza, gli regalarono una tv, mentre molti già lo reputavano un eroe. Anche il suo diretto superiore gli aveva assicurato una menzione d’onore in un primo momento, una decorazione e altri privilegi di rango, ma poi le cose andarono molto diversamente.

L’ingiusto destino dell’uomo che salvò il mondo

La Russia in realtà non permise che la storia di quella notte venisse in alcun modo a conoscenza degli Stati Uniti e del resto del mondo. I fatti di quel tragico settembre, quindi, furono con tutte le forze fatti passare sotto silenzio. Anche Petrov subì le conseguenze di questo premeditato oscurantismo. Declassato dal suo grado di tenente colonnello per non essersi attenuto, in quel frangente, al protocollo militare –  che avrebbe comunque previsto l’allerta dei superiori – fu alla fine destinato ad un pensionamento anticipato e trascorse il resto della sua vita in un modesto sobborgo della periferia di Mosca.

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Il suo misero appartamento era ricavato in una fila enorme di grigi complessi condominiali, a circa 50 chilometri da Mosca. In casa non c’era il telefono e, sulla porta, nemmeno il campanello. Del resto, avendo avuto la sfortuna di perdere gli affetti più cari in giovane età, non aspettava visite.

Qui lo stato gli conferì una pensione di 200 dollari al mese e il suo nome venne rapidamente cancellato da ogni cronaca. Visse così una vita di assoluta miseria, in solitudine, uscendo solo di rado per le poche necessità quotidiane, anonimo cittadino della anonima periferia russa, che voleva solo dimenticare, se possibile, le privazioni della Guerra Fredda. E ancora una volta Petrov si sottomise al dovere.

“Ho pensato che fosse una vergogna per l’esercito sovietico che il nostro sistema di controllo non fosse riuscito a rivelare una tale minaccia”.

Scelse di tacere. Di accettare con dignità il fato a cui sembrava essere destinato. L’anonimato di Stanislav Petrov fu infatti un infausto destino che durò fin circa al 1998. La notorietà, l’onore, magre ricompense per lui, arrivarono decisamente in ritardo nella sua vita. In quell’anno, infatti, il suo comandante in capo, Yury Votintsev, rivelò per la prima volta in un libro quanto avvenne nel cosiddetto “incidente dell’equinozio d’autunno”.

Al momento dell’allarme del 1983, i satelliti sovietici posizionati per rilevare l’eventuale lancio di missili balistici USA erano sulla stazione da circa un anno. Il sistema completo di allarme rapido di quel periodo contava nove satelliti, e il giorno del falso allarme, ben sette erano in orbita. Tuttavia, lanciati lungo un’orbita ellittica, i satelliti non guardavano direttamente giù verso la Terra; piuttosto, pur sufficienti a coprire tutte le basi missilistiche degli Stati Uniti, sbirciarono ad angolo, come confermò nel 1999 anche Paul Podvig, ricercatore associato presso il Centro per il controllo delle Armi, dell’Energia e degli Studi Ambientali, seguendo le onde ad infrarossi necessarie per identificare lo scarico caldo di un razzo in corsa contro lo sfondo nero dello spazio.

Gli onori tardivi

Qualche tempo dopo, il libro di Yury Votintsev venne letto da Douglas Mattern, Presidente dell’organizzazione internazionale per la pace chiamata “Associazione dei cittadini del mondo”, che decise di mettersi sulle tracce di quello sconosciuto colonnello russo che avrebbe meritato una vita da eroe. Solo dopo molte ricerche e molta fatica, nel 2004, riuscì a rintracciarlo e a consegnarli, il 21 maggio, il premio “Cittadino del Mondo“, insieme ad un riconoscimento simbolico di circ mille dollari.

Da quel momento, anche se ormai vecchio e sofferente per alcuni malanni, una sorte leggermente migliore cominciò ad imboccare la sua vita, nell’ultimo decennio, quando gli vennero conferite finalmente una serie di meritate onorificenze. Ricevuto all’ONU e più volte in Germania, la sua storia cominciò ad essere sempre più oggetto di attenzione e di cronaca, fino ad arrivare agli onori del cinema documentario.

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Oggi ci sono infatti due bei lavori dedicati alla storia dell’uomo che salvò il mondo. Il primo, intitolato emblematicamente “The Red Button“, un film documentario della durata di 52 minuti, venne co – prodotto da MG Production, LogTV Ltd., e Polish Film Institute nel 2011 per la regia di Ewa Pieta e Miroslaw Grubek.

L’uomo che salvò il mondo

Il secondo lavoro venne invece realizzato nel 2014, con il titolo “The Man Who Saved the World” – “L’uomo che salvò il mondo”. Si tratta di un docufilm sulla vita e la storia di Stanislav Petrov diretto dal regista danese Peter Anthony, a cui ha preso parte, oltre al diretto interessato, un cast iridato costituito da Robert De Niro, Matt Damon, Kevin Costner, Ashton Kutcher e Walter Cronkite.

Il film di Anthony nasce in realtà da un lungo e paziente lavoro di ricostruzione storico – biografica. Il regista – sceneggiatore ha infatti trascorso circa 10 anni per portare a termine questo progetto, quasi lo stesso tempo impiegato dai fatti storici per entrare, legittimamente, nel mondo della cronaca. Un processo difficile e non sempre lineare, anche a causa della stessa riluttanza di Petrov ad aprirsi ai media, che avrebbero dovuto scandagliare le complesse trame della sua vita privata, discutere i suoi sentimenti personali.

Una notorietà e una apertura non facilmente condivisibili da parte di un ex soldato che, nella sua vita, aveva sempre rifiutato l’onore di essere chiamato eroe, e aveva passato la sua intera esistenza a tentare di sopravvivere alle tracce del proprio passato, ad accettare con dignità la violenza della storia, e a sopportare, con esemplare fermezza d’animo, l’ingiustizia del destino. Anche se questo significava vivere una vita di solitudine. E logorarsi nel suo tormento.

“Non mi considero un eroe; solo un ufficiale che ha compiuto il proprio dovere, secondo coscienza, in un momento di grande pericolo per l’umanità. Ero solo la persona giusta, nel luogo e nel momento giusto”.

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