Benedetto Croce nasceva 150 anni fa: vita del “papa laico della cultura italiana”

Nasceva 150 anni fa, il 25 febbraio del 1866, uno dei filosofi italiani che con il suo pensiero ha dominato la cultura del Novecento. Il suo nome era Benedetto Croce, intellettuale per cui l’etichetta di “filosofo” deve essere intesa in maniera molto più omnicomprensiva, etimologica, nel senso pieno di amante della conoscenza. Come capita solo alle personalità veramente grandi, infatti, Croce prodigò i suoi studi e i suoi interventi in tantissimi campi dello scibile umano – dalla filosofia alla storia, dalla critica letteraria alla poesia – e nel corso della sua lunga vita – morì il 20 novembre 1952, all’età di 86 anni – si impegnò attivamente nella vita politica dello stato italiano. 

La vita politica di Benedetto Croce

Assieme a Luigi Einaudi fu infatti tra i fondatori del rinato Partito Liberale Italiano e ricoprì diversi incarichi istituzionali in cui poté dare attuazione pratica ai dettami del suo pensiero. Senatore del Regno d’Italia sin dal primo decennio del Novecento, sotto l’ultimo governo Giolitti fu eletto Ministro della Pubblica Istruzione (1920-21), poi in momenti più che difficili per l’Italia, sotto il governo Badoglio, nel ’44, divenne nuovamente Ministro senza portafoglio del Regno. La sua esperienza e la sua fama lo portarono quindi a partecipare ai lavori per l’Assemblea Costituente che si aprirono poco dopo, sempre come esponente del PLI, e infine ad essere parte del nuovo Senato della Repubblica, dove fu membro della sesta Commissione permanente (Istruzione pubblica e belle arti) dal 1948 alla morte.

La “dittatura intellettuale” di Benedetto Croce

Oltre alla sua intensa vita politica, quello che ancora oggi fa di Croce un punto di riferimento culturale per tutte le generazioni a lui successive fu il suo instancabile impegno nel campo intellettuale, che ebbe come risultato la fondazione della sua filosofia dello spirito, un complesso sistema di pensiero intriso di idealismo, storicismo e liberalismo, per mezzo della quale la cultura italiana fu traghettata dalla sua fase positivistica di fine Ottocento, nelle vertigini dell’età moderna, in diretto contatto con nuovi modi di intendere la realtà, la conoscenza, la storia.

Benedetto Croce

Dopo decenni di incontrastato predominio scientifico, il merito di Croce fu appunto quello di aver introdotto e diffuso la filosofia idealistica in Italia, sottomettendo la scienza alla filosofia ed elaborando una costruzione che potesse includere anche il divenire storico.

Il “papa laico della cultura italiana”

Croce era nato a Pescasseroli, piccolo centro dell’entroterra abruzzese in provincia de l’Aquila, nella seconda metà dell’Ottocento, da famiglia agiata di possidenti, che gli permise di compiere gli studi liceali e di essere avviato alla formazione universitaria. La sua vita fu però funestata da un evento tragico e profondamente traumatico. Fu infatti uno dei pochi sopravvissuti del violento terremoto di Casamicciola, nell’estate del 1883, verificatosi sull’Isola di Ischia, dove si trovava in vacanza con la famiglia.

I suoi genitori, Pasquale Croce e Luisa Sipari, e la sorella Maria, persero la vita sotto le macerie e lui stesso fu salvato dopo giorni di ricerche e di scavi condotti dalla popolazioni locale. In quell’episodio persero la vita moltissime persone e il giovane diciassettenne si ritrovò improvvisamente privo del supporto dei genitori: il ricordo lontano di quell’evento non lo abbandonerà mai, così come un latente senso di angoscia, che si può leggere tra le righe anche nell’elaborazione successiva del suo ottimistico pensiero, come un substrato negativo che sempre lo spinge ad andare avanti, verso nuove esorcizzazioni di quell’originario “problema del male” che si era trovato a fronteggiare in giovane età.

Affidato alle cure di cugini e parenti, visse inizialmente tra Salerno e Roma, dovendo essere accolto in casa di Silvio Spaventa, fratello del filosofo Bertrando Spaventa, centro culturale famoso al tempo, in cui si appassionò sempre di più agli studi filosofici e poté conoscere il pensiero marxista. Nel frattempo si era iscritto alla Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Napoli, ma non portò mai a termine gli studi. Fu invece assorbito con sempre maggior ardore dall’erudizione e dalla filosofia, ascoltando le lezioni di filosofia morale tenute al tempo a Roma da Antonio Labriola, uno degli intellettuali che maggiormente influenzarono la sua formazione.

Riscoprendo piano piano il pensiero di Hegel, decise di spostarsi nuovamente a Napoli, nel 1886, dove acquistò la casa storica che era appartenuta al grande filosofo e pensatore Giambattista Vico. Mentre procedevano i suoi studi filosofici si appassionò anche alla letteratura e alla poesia, apprezzando in particolare le opere e il pensiero di Francesco De Sanctis, che in questo campo divenne una sorta di suo indiscusso mentore. Il suo interesse per la filosofia lo condusse così presto verso la critica letteraria e l’estetica. Erano i tempi gravidi di novità dell’età post – unitaria: la letteratura del neonato stato italiano era ancora da scrivere, così come la sua critica. Croce, figlio adottivo del Risorgimento, svolse un ruolo fondamentale in questo processo di strutturazione culturale del nuovo stato unitario.

La fondazione de La critica (1903)

Non a caso il suo pensiero passo presto ad essere da erudito a militante, anche se non smise mai di rappresentare il mondo formale delle università e delle accademie. Il primo prodotto in cui si espressero le sue idee culturali fu la celebre rivista La critica che venne fondata nel 1903 anche grazie alla collaborazione di Giovanni Gentile, altro intellettuale idealista guida di quegli anni, che di lì a poco realizzerà una storica riforma della scuola alla cui stesura aveva ampiamente partecipato anche Croce. Oltre a diffondere per la prima volta gli esisti più originali del suo pensiero filosofico, la Critica ebbe il merito di inaugurare e vivacizzare in Italia quel dibattito intellettuale che si svolse sulle riviste e che filtro il meglio della cultura e della riflessione dei primo Novecento.

benedetto croce biografia

Quando scoppiò la prima guerra mondiale, Croce aveva già quasi 50 anni. Per questo motivo non fu obbligato ad arruolarsi e non vi prese parte mentre a livello intellettuale rimase sempre favorevole ad una certa neutralità, anche se più volte si vide costretto a dichiarare, storicisticamente, la guerra una doloroso necessità, prodotto di circostanze, fatti ed eventi che avevano già avuto il loro corso e che le feroci polemiche degli interventisti o dei neutralisti non avrebbero potuto in alcun modo cambiare.

L’opposizione al fascismo

Qualche anno più tardi, invece, fu molto più chiara la sua posizione nei confronti del nascente fascismo, che dopo la marcia su Roma (la quale aveva pur avuto una iniziale condivisione da parte del filosofo) aveva conquistato lo Stato ed era arrivato nel 1925 a precludere le libertà di pensiero, di parola e di stampa, redigendo il famoso Manifesto degli intellettuali fascisti per mezzo di Giovanni Gentile, che nel frattempo era divenuto il consulente culturale del regime.

Croce, come molti altri intellettuali del tempo, aveva inizialmente visto nella svolta mussoliniana un “male necessario” per l’instaurazione di un vero regime liberale in Italia, ma quando, in seguito al delitto Matteotti vide negate queste prospettive, si schierò dalla parte dell’opposizione, ruppe i rapporti con Gentile e anzi si espose nella pubblicazione del Manifesto degli intellettuali antifascisti pubblicato sul quotidiano Il Mondo il 1º maggio 1925.

Nonostante le sue posizioni marcatamente contrarie al governo Mussolini, il regime mantenne sempre una certa diplomatica tolleranza nei confronti delle posizioni crociane, le quali, espresse da un intellettuale ormai molto famoso anche all’estero, riuscivano a garantire alla dittatura una parvenza di apertura e tolleranza nei confronti dei pensieri divergenti e non “allineati”. In più, l’opposizione di Croce e di quanti come lui in quegli anni non accordarono il loro appoggio al fascismo, venivano sentite più come elucubrazioni teoriche che si risolvevano nel solo campo speculativo piuttosto che come vere e proprie proteste organizzate e militanti.

Così anche quando Croce definì il fascismo una “malattia morale” destinata ad essere inevitabilmente superata dal progresso della storia, il regime non se ne preoccupò. Il filosofo era infatti convinto che il “male” dovesse e potesse essere riassorbito solo dall’interno: a partire dagli ambienti universitari, ad esempio, nei quali si continuava ad insegnare all’insegna di un moderno pluralismo di idee e a cui solo nel 1931 venne richiesto esplicitamente un giuramento ed un allineamento ideologico al regime.

Una sottomissione ancora più cocente venne chiesta poi a tutti gli universitari e ai membri delle accademie nazionali nel 1938, quando entrarono in vigore le leggi razziali antisemite. In questa occasione il gesto che Croce compì fu ancora più plateale della sua precedente opposizione al fascismo: fu infatti l’unico uomo di cultura italiano a lasciare in bianco il questionario in cui si chiedeva di specificare la propria origine razziale, ottenendo come conseguenza l’ordine di essere espulso da quasi tutte le accademie di cui era membro, comprese l’Accademia Nazionale dei Lincei e la Società Napoletana di Storia Patria.

Indignato da questo gesto e dalle persecuzioni che venivano perpetrate, denunciò più volte le violenze contro gli ebrei, pur rimanendo piuttosto perplesso, da storicista quale era, nei confronti di movimenti quali il sionismo.

Gli ultimi anni di vita

Quando la guerra finì, fu chiamato ad essere il nuovo Presidente del Partito Liberale Italiano, che non aveva mai abbandonato nel corso degli anni. Pur seguendo da lontano la Resistenza, al referendum sulla forma dello Stato che si tenne il 2 giugno 1946 votò per la monarchia, in seguito rifiutando anche la proposta di essere eletto Capo provvisorio dello Stato e senatore a vita. Trascorse gli ultimi anni della sua vita a Napoli, nella sua abitazione, non lontano dalla quale fondò l‘Istituto italiano per gli studi storici, vicino alla attuale Fondazione Biblioteca Benedetto Croce, ricavata in Palazzo Filomarino.

benedetto croce vita

Un paralisi causata da un ictus cerebrale lo costrinse a vivere ritirato in casa sin dal 1949, dove morì tre anni più tardi. Alla sua morte venne ossequiato con funerali solenni e sepolto a Napoli nella tomba di famiglia nel Cimitero di Poggioreale.

La biografia di Benedetto Croce ancora oggi ci mostra la vita impegnata di un uomo che investì tutte le sue doti in una continua crescita personale e sociale. A livello personale i suoi interessi culturali lo portarono dapprima ad approfondire l’idealismo di Hegel, che rese comprensibile ad un più vasto pubblico, poi, sempre sulla base di un approccio idealistico ad elaborare una teoria estetica che animò per decenni la cultura italiana, la cui prima esposizione apparve nel saggio Estetica come scienza dell’espressione e linguistica generale (1902), precoce elaborazione del suo approccio che identifica arte, intuizione ed espressione. Sarà il primo mattone della filosofia dello spirito.

In un secondo periodo della sua vita si dedicherà poi a studi letterari, realizzando fondamentali lavori su autori come Goethe (1917), Ariosto, Shakespeare e Corneille (1920), pubblicando La letteratura della nuova Italia, testo su cui si formarono nuove generazioni di intellettuali e il saggio La poesia di Dante. Alla poesia anche veniva concesso un posto privilegiato nella costruzione intellettuale di Croce, poiché l’estetica, in quanto linguistica generale, si basa sul linguaggio, che è una primaria forma di espressione dello spirito umano.

Altri suoi interessi fondamentali furono la logica, l’economia e, ovviamente, per il fondatore dello storicismo assoluto, la storia. Alla prima dedicò il fondamentale scritto Logica come scienza del concetto puro, del 1905, alla seconda, coltivata sin dai tempi di avvicinamento al marxismo, Filosofia della pratica. Economica ed etica, del 1909, mentre alla terza il saggio Teoria e storia della storiografia (1917), seguito nel 1938 da La storia come pensiero e come azione.

Per tutti questi inestimabili contributi, per questa eredità imponente che ancora oggi nutre e sostanzia la nostra cultura, Antonio Gramsci definì Benedetto Croce “papa laico della cultura italiana”. Papa o padre di buona parte di quella visione dell’uomo e del mondo che ancora oggi noi condividiamo.

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