Quando i Beatles erano più popolari di Gesù Cristo: 50 anni fa la famosa dichiarazione di John Lennon

Circa 50 anni fa, il 4 marzo del 1966 i media di tutto il mondo vennero investiti da una querelle senza pari. Erano i mitici anni Sessanta, Lyndon B. Johnson era Presidente degli Stati Uniti e il rock ‘d roll poteva essere considerato un figliol prodigo ancora relativamente giovane. Ma i Beatles, il favoloso quartetto di Liverpool che si apprestava a diventare già simbolo di un’intera generazione, era allora sul punto di cogliere i frutti del suo maggiore successo.
I Beatles erano cresciuti inizialmente un po’ in sordina, come uno dei tanti piccoli gruppi musicali che segnavano il panorama nascente della musica anglosassone. Era stata solo la particolare caparbietà di John Lennon e la dedizione di Paul McCartney, nonché lo straordinario intuito manageriale del giovane Brian Epstein a lanciare il nuovo fenomeno musicale dei successivi decenni: i Beatles e la loro musica, allegra, un po’ romantica, ballabile come un’onda sputata a tutta forza dagli speakers delle radio dell’epoca, ma, soprattutto, contagiosa.

Fu per le dirette conseguenze del loro incredibile successo musicale che in una ormai storica intervista rilasciata al quotidiano londinese Evening Standard il 4 marzo 1966 John Lennon, frontman di quella band di quattro ragazzi che già tutti volevano, si trovò ad affermare: “Siamo più popolari di Gesù Cristo”.

beatles famosi
La frase, dissacrante se non blasfema, a seconda dell’orecchio a cui giungesse, diede subito scandalo. I media di tutto il mondo, anche di quelle nazioni che fino a quel momento avevano contratto solo in modo superficiale la Beatlesmania, amplificarono la provocazione del giovane cantante, che pure non era mai stato immune dalle provocazioni. L’indole di John Winston Lennon, sin dai primi accordi skiffle, era un’indole di rottura. Creatività e sana ribellione lo portavano spesso a rovesciare tradizioni e convenzioni. E la religione era solo uno dei punti sulla sua lista.

Ma che cosa aveva portato John Lennon ad essere così schietto con i giornalisti in merito al successo acquisito dal gruppo da lui ardentemente voluto e formato?

Il dirompente successo dei Beatles

Dal 1960, anno in cui la band dei Beatles si era ufficialmente formata sulle ceneri dei Quarrymen (il primo gruppo musicale “scolastico” in cui John Lennon aveva incontrato Paul McCartney, di un anno più giovane), erano passati già diversi anni. La neonata band aveva suonato per due anni in un locale a pochi passi dal quartiere a luci rosse di Amburgo (con Pete Best come batterista), si era data un nuovo repertorio e un nuovo look di grido, trovato un nuovo manager, sfiorato un primo contratto con la Decca, ingaggiato Ringo Starr e infine inciso senza troppa convinzione con la Parlophone, una costola della titanica EMI.

Ma le prime due canzoni del quartetto, Love Me Do e poi, nel ’63, Please Please Me diventarono subito un grande successo, scalando le classifiche arrivando rispettivamente al diciassettesimo e al primo posto della hit parade inglese. Trasformato in album, Please Please Me divenne l’LP più venduto del momento.

Con With the Beatles, il loro secondo disco, iniziarono i concerti e i tour in giro per il mondo, il fan club accoglieva ogni anno sempre più persone, si moltiplicavano le apparizioni televisive e nei concerti dal vivo diventava sempre più difficile ascoltare il vero suono della loro musica dal vivo. Le grida delle fan in delirio, giusto sottofondo alle scene di isteria collettiva, lo rendevano impossibile.

Alla fine durante il loro tour americano del ’64, quando apparvero all’Ed Sullivan Show, il numero di crimini riportati a New York fu molto vicino allo zero e quelli minorili si azzerarono addirittura, mentre ad Adelaide, in Australia, si trovarono inaspettatamente a suonare davanti ad una folla imponente di 300.000 persone.

Sulla cresta dell’onda, il 26 ottobre 1965 a Buckingham Palace vennero insigniti dell’onorificenza di Membri dell’Ordine dell’Impero Britannico dalla regina Elisabetta II in persona e il 15 agosto 1965 tennero il loro storico concerto allo Shea Stadium di New York ma, come rovescio della medaglia, cominciarono a ricevere anche delle minacce di morte.

Nel 1966 infine le apparizioni in pubblico dei fantastici quattro erano diventate sempre più difficili da realizzare, a causa del bagno di folla che si doveva ogni volta superare, la quale creava non pochi problemi di sicurezza. Così a sostenere, in un certo senso, la veridicità di quanto John Lennon si era permesso di dichiarare a Maureen Cleave dell’Evening Standard, c’era una lunga lista di fatti ed episodi che avevano fatto della fama dei Beatles una fama planetaria.

Forte di tute queste scommesse vinte, il genio di John Lennon  aveva forse pensato di dare una scossa al sistema illuminando in maniera un po’ troppo sintetica una realtà che la società di massa ancora non era pronta a digerire: la sua massificazione. Ma quando i giornali riportarono la frase sulla presunta maggiore popolarità dei Beatles rispetto a quella di Gesù Cristo, la reazione fu immediata.

L’inaspettata impopolarità dei Beatles

Non tanto in Inghilterra, le cui tradizioni civili e religiose la rendevano elitariamente al di sopra delle parti, bensì soprattutto negli Stati Uniti, gruppi di fanatici religiosi gridarono allo scandalo e fomentarono manifestazioni di sdegno pubblico e di odio verso i musicisti. I Beatles divennero improvvisamente il gruppo più criticato da una fetta della popolazione credente. Tanto più che, sempre all’interno della stessa intervista, John Lennon aveva anche “previsto” che il cristianesimo, come il rock and roll, sarebbe stato destinato presto a scomparire.

La band più amata divenne così in breve la più odiata, tanto che spesso vennero anche organizzati roghi pubblici dei loro album. A nulla valsero, in un primo momento, le scuse presentate da Brian Epstein, che, quale manager del gruppo, cercò di tamponare la situazione. Sull’onda delle proteste, il quartetto pensò anche di abbandonare il progetto del tour previsto in America nel corso dei mesi estivi del ’66, ma alla fine la band volò comunque negli Stati Uniti, anche se alcune date già pianificate dei concerti dei Beatles furono cancellate o rimandate e nelle esibizioni si respirò un clima più teso che mai.

Così, ad un certo momento, prima che si verificare il peggio, e il successo dei Beatles ne avesse a soffrire in maniera irrecuperabile, la dirigenza cercò di correre in qualche modo ai ripari e si chiese all’autore della infinita querelle religiosa, John Lennondi tenere un conferenza stampa in modo da chiarire il pensiero espresso nella precedente intervista.

John Lennon cercò allora di spiegare il suo punto di vista.

“Non sono contro Dio, contro Cristo o contro la religione. Non avevo alcuna intenzione di criticarla. Non ho affatto detto che noi eravamo migliori o più famosi… e non ho paragonato noi a Gesù Cristo come persona o a Dio come entità o qualsiasi altra cosa esso sia. […] Ho detto che avevamo più influenza sui ragazzi di qualsiasi altra cosa, compreso Gesù. […] Se avessi detto che la televisione era più popolare di Gesù probabilmente l’avrei passata liscia.”

“Le mie opinioni sul cristianesimo derivano da ciò che di esso ho letto e osservato coi miei occhi e da quello che è stato e potrebbe essere. Dico semplicemente che mi sembra che stia perdendo terreno e contatto… La gente pensa che io sia contro la religione, ma non è così. Sono una persona molto religiosa…”

John Lennon fu così costretto a rilasciare delle dichiarazioni in cui spiegava o cercava di ritrattare le proprie dichiarazioni. Le sue parole, forse troppo stringate, avevano voluto sottolineare quella irrefrenabile influenza che la musica del gruppo si era da subito dimostrata capace di esercitare sulle giovani generazioni del periodo, sul suo essere inevitabilmente contagiosa per chiunque l’ascoltasse, vecchio o giovane che fosse, in grado di creare fenomeni di isteria collettiva, di suscitare quell’euforia popolare ed ossessiva che si esprimeva in urla, pianti e svenimenti incontrollati, soprattutto da parte del pubblico femminile in estatica adorazione.

In una parola, forse con acume un po’ troppo sociologico, il frontman dei Beatles aveva voluto solo definire un fenomeno oggi storicamente accettato e documentato: la Beatlesmania, quell’adorazione incondizionata di una band che dai Beatles in avanti si sarebbe ripetuta anche per molti altri gruppi simbolo della storia del rock (un termine, tra l’altro, non moderno, ma già impiegato a partire dal 1963).

Nonostante le indignazioni e le proteste riscontrate, tuttavia, i roghi di dischi, le manifestazioni religiose, le minacce e tutte le altre spiacevoli conseguenze che la mordace frase del cantautore aveva suscitato nei mesi precedenti, i Beatles cercarono comunque di continuare per la loro strada, anche se decisero che si sarebbero comportati d’ora in avanti in maniera del tutto diversa in merito all’esibizione delle loro canzoni dal vivo.

Decisero infatti che la loro ultima esibizione dal vivo sarebbe stata il concerto che tennero al Candlestick Park di San Francisco il 29 agosto del 1966. Negli anni successivi registrarono sempre più in studio e si tennero lontani dai bagni di folla di un tempo.

Di qualunque delle due parti si voglia sostenere le ragioni nella querelle che infiammò gli animi di mezzo mondo verso la metà degli anni Sessanta, a distanza di diversi decenni si può tuttavia probabilmente affermare che quasi ogni essere umano sulla Terra, nel frattempo, ha sentito almeno una volta il nome dei Beatles, ha visto un loro video, ha fischiettato il motivo di una loro canzone: indipendentemente dalla religione in cui crede. Non si tratta anche in questo caso di popolarità? Misteri della cultura pop.

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