La Roma (Nord) di Brasini

Lo hanno deriso e disprezzato, ma lui, in assoluta e solitaria controtendenza, ha (ri)costruito un suo barocco in nome di una grandiosità romana fuori dai tempi e dalle mode. Tre tappe per (ri)scoprire un architetto a cinquant’anni dalla morte.

Tronfio e ottuso. Così era se vi pare. Almeno per l’intellighenzia romana degli anni del boom. Ma il disprezzo per Armando Brasini è sempre esistito. Ora come allora.

Scenografico e maestoso, nulla aveva in comune con la sua contemporaneità: dei rigorosi volumi fascisti aveva solo la monumentalità; ancor meno lo poteva accomunare all’allora nascente ipotesi di modernità.

Fu un intruso che, in assoluta controtendenza, ricostruì, solitario e anacronista, un suo personalissimo universo barocco. Fuori da modi, modelli e mode, mentre il mondo accelerava, lui sognava Bernini.

Alchimista e onirico, maledetto e affascinante, ma perennemente perseguitato dal dubbio. Elemento del quale nessuna intelligenza può fare a meno.

C’è un tragitto in tre tappe, a Roma (città nella quale era nato un pugno di anni dopo la breccia di Porta Pia, 1879, e nella quale è morto, cinquant’anni fa, nel 1965), che in poche centinaia di metri può raccontare la sua storia. O una delle tante.

La Basilica del Sacro Cuore immacolato di Maria (1923-1951)

Piazza Euclide

Basilica del Sacro Cuore immacolato di Maria , Armando Brasini, Piazza Euclide, Roma

Si parte al centro dei Parioli, piazza Euclide, con la Basilica del Sacro Cuore Immacolato di Maria.

Un capodoglio architettonico inafferrabile dove fuggevoli tangenze americane si legano, inaspettatamente, con monumentalità moscovite in un moderno neobarocco, esclusivamente capitolino, mastodontico e sinistro. Quasi kafkiano.

Brasini, era il 1923, le diede una pianta a croce greca inscritta in un circolo e una elaborata facciata. Il corpo centrale doveva essere sovrastato da una immensa cupola. Ma non si fece mai, si dice per volontà di un Vaticano che non ne voleva sapere del rischio di mettere in ombra il primato “eterno” della copertura per eccellenza: quella di San Pietro. Così nel 1951 al suo posto venne terminato il tamburo. E fine della (incompiuta) storia.

Piazza Euclide, Basilica del Sacro Cuore immacolato di Maria, Armando Brasini

Era la chiesa di Re Juan Carlos di Borbone, quando abitava a Viale Parioli, e di Totò, quando abitava in viale Bruno Buozzi.

Ventotto mastodontiche colonne abbracciano un interno imponente, freddo e disadorno. Troppo grande per i matrimoni (uno all’anno), perfetto per gli addii: cinquanta funerali annui. Tra questi quello di Mario Riva, capace, da vivo, di paralizzare l’Italia televisiva con il suo “Musichiere”, e, da dipartito (a seguito di una caduta, a soli 47 anni), l’intera Basilica, la piazza e il suo tridente di strade quando nel 1960 si celebrarono le sue esequie in mezzo a una folla oceanica di 250.000 persone.

Trent’anni dopo un giovane Papa Woytila incontrò proprio lì, per la prima volta, il quartiere. La chiesa si affaccia sulla piazza (brutta, a dir la verità) che fa da cuore ai Parioli. Quella “degli Avenia” (ora scomparso) e “degli Schostal” (per citare “Mamma Roma addio” di Remo Remoti), di cui è regina Veronica Bloch, dell’edicola della sora Bice, vera istituzione per mezzo secolo, dell’immortale Bar Euclide (che vendendo l’anima al diavolo ha ceduto l’identità storica in cambio di nuove giovinezze) e di tanto cinema.

Ponte Flaminio (1939-1961)

dal viadotto di Nervi a Corso di Francia

ponte flaminio

Ora da qui seguite l’ombra alberata di viale Pildsudski fino a imboccare una rampa. Tre segmenti lunghi e dritti firmati da mani differenti (il viadotto di Nervi, il ponte Flaminio e Corso di Francia) sono di fronte a voi.

Ponte Flaminio - Corso di Francia - Armando Brasini - Io la conoscevo bene - Stefania Sandrelli

A metà strada vi troverete, sopra il Tevere, a scorrere su una inquietante distesa di asfalto lungo spalti, accecanti e bianchissimi, di travertino, così candidi da istigare intere generazioni di writers a cimentarsi in amorose dichiarazioni.

Caro Diario, Nanni Moretti, Ponte Flaminio, Armando Brasini, Roma

Hanno detto che chi lo varca ha la sensazione di trovarsi nel viale d’accesso del più monumentale cimitero del mondo, tale è l’impressione lugubre che fanno quei cippi, quei cubi, quelle colonne. “Non lo so, non riesco a capire – dice Nanni Moretti in “Caro Diario” – sarò malato ma amo questo ponte. Ci devo passare almeno due volte al giorno”.

Ma è il ponte che percorrono anche sia Stefania Sandrelli, nello struggente finale di “Io la conoscevo bene” (dopo il quale gira proprio per Piazza Euclide) sia la famiglia Passaguai nell’esilarante partenza per il mare (nella quale si vedono Aldo Fabrizi, Peppino De Filippo, Ave Ninchi e Carlo Delle Piane).

Rigoroso e geometrico (a intervalli regolari si succedono aquile, lupe e gradoni) nasconde dietro quelle monumentali lanterne una ispirazione simbolica: è un molo immenso gettato verso il nulla. Un braccio che ora porta alla mano della tranquillità (le cinque isole di Camilluccia, Cortina d’Ampezzo, Cassia, Flaminia e Fleming).

Corso di Francia, Ponte Flaminio, Armando Brasini, Roma

Villa Brasini (1920-1925)

Via Flaminia, 489

Villa Brasini, Armando Brasini, Roma, interno

Villa Brasini, Armando Brasini, Roma, aereaMa ecco che, come un lampo stonato, sul lato alla vostra sinistra, incassato dentro edifici moderni, si impone, con i suoi mille tetti diversi, qualcosa di misterioso. Talmente grande e complicato da essersi guadagnato il nomignolo di «Castellaccio».

Per raggiungerlo arrivate alla fine del ponte, prima dell’ingresso a Corso di Francia, e imboccate lo svincolo sulla destra che vi porta a Ponte Milvio. Pochi passi e ci siete.

E’ Villa Brasini (Via Flaminia 489), monumento alla sua libertà creativa. Un finto castello medievale, spregiudicato miscuglio di contrafforti, spigoli, torri, guglie e comignoli, finestre d’ogni forma e dimensione timpani e architravi, quasi tutto costruito con il materiale di demolizione dei quartieri sventrati nel centro, reperti, si dice, trafugati durante gli sbanchi di Via della Conciliazione e Via Giulia.

 Il mistero alchemico di Villa Brasini

Ovunque, sui muri dei vari edifici che compongono la villa, Armando Brasini, studioso di alchimia, ha disseminato bassorilievi e decorazioni che possono essere letti in chiave esoterica.

Come le tre sfere iscritte in un quadrato sulla parete in cima alla scalinata. Una rebus alchemico. Una magia notturna. Nelle notti in cui cambia la luna, avviene uno strano fenomeno. Mentre il quadrato scurisce, le tre sfere schiariscono. Fino quasi a dare l’impressione di staccarsi dal fondo.

La quadratura del cerchio è stato sempre il problema per eccellenza. Per gli alchimisti una specie di rappresentazione della perfezione. Brasini, che era un illusionista, fu capace di trasformare la materia. Il sogno di ogni alchimista.

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Si dice che la villa si trovi sul punto esatto in cui venivano allestiti i roghi per le streghe. Che abbia portato sciagure a tutti i suoi proprietari. Tutti. E ancora che si trovi sul punto in cui si incrociano ascissa e ordinata dell’invisibile rete energetica che attraversa e sorregge la terra. Ma non solo. E’ stata teatro di interrogatori ed esecuzioni (per molti è la Villa del Pianto) quando divenne quartier generale della Gestapo.

Armando Brasini stesso scampò ai nazisti rivelando loro un segreto: il modo in cui liberare, senza romperlo, un vaso prezioso interrato nel pavimento. Una sera, una cena esoterica si chiuse in tragedia. I cadaveri scomparvero ma qualcuno dice che finirono dentro le mura di quella fabbrica in perenne evoluzione.

Forse è per questo che, dentro quella casa, ci si imbatte in visioni inafferrabili, si sentono inquietanti rumori, si avvertono presenze misteriose. Probabilmente è questa l’eredità che ci ha voluto lasciare. Perché solo nel tormento del dubbio, lontano dagli ottusi rigori razionalisti, l’uomo può trovare se stesso.

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