Alberto Giacometti moriva 50 anni fa

50 anni fa, l’11 gennaio 1966, moriva a Coira, in Svizzera, Alberto Giacometti, uno dei più interessanti artisti del ‘900. Conosciuto soprattutto per le sue opere scultoree surrealiste, in cui ha costantemente espresso la sua instancabile ricerca esistenziale sulla figura umana, fu anche pittore e incisore.

Di origini svizzere, nel corso della sua vita – era nato a Borgonovo di Stampa, nel Canton Grigioni, il 10 ottobre 1901 – poté entrare in contatto con i più grandi artisti e intellettuali del XX secolo (non solo artisti del calibro di Mirò, Ernst e Picasso ma anche scrittori come Prévert, Eluard, Bataille, Queneau e Breton, con cui stringerà un lungo sodalizio) e farsi interprete privilegiato delle tendenze che hanno caratterizzato la riflessione artistica del secolo scorso: dal cubismo al surrealismo, dal modernismo all’esistenzialismo.

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Un ritratto di Alberto Giacometti in una incisione di Jan Hladík (2002)

La passione per l’arte gli venne trasmessa sin dalla più tenera età: era infatti figlio di Giovanni Giacometti, pittore svizzero post – impressionista che si accorse subito del suo talento e lasciò che il figlio, estremamente dotato di un senso plastico delle figure, lo coltivasse al di fuori di quella valle alpina che si apriva a sud della Val Bregaglia, studiando presso la Scuola di Belle Arti di Ginevra.

Ad ispirare i suoi primi lavori fu una grande ammirazione per le figure tornite di Giotto e Tintoretto, che fanno nascere in lui il desiderio di un ritorno ad una forma primitiva, l’interesse per un più profondo studio dell’uomo inteso antropologicamente come essere umano che realizza una esperienza universale, anche se veicolata di volta in volta dalla cultura.

Il suo decisivo periodo di formazione artistica si svolse però nel corso degli anni trascorsi a Parigi, a partire dal 1922, studiando al fianco dello scultore Antoine Bourdelle, un socio di Rodin. Fu proprio nella capitale francese che poté coltivare contatti ed amicizie, legandosi soprattutto con il gruppo dei surrealisti, di cui divenne presto uno dei massimi rappresentanti.

Nella capitale francese visse a pieno il vivace fermento e le progressive conquiste delle nascenti avanguardie: dai rigori cubisti di Bourdelle, si spostò presto verso una concezione surrealista della realtà, determinato ad esprimere, compiutamente e quasi ossessivamente, quella che ne era la sua particolare visione, dedicandosi alla creazione di sculture esattamente simili a come aveva immaginato.

Nella sua visione, l’uomo è sguardo, perché è pensiero: attraverso gli occhi di un individuo filtra il massimo significato dell’esperienza umana. E’ per questo motivo che si concentra spesso sulla produzione di figure a mezzo busto in cui la componente anatomica della testa ha un ruolo centrale.

Quando elabora invece ritratti a figura intera, la figura umana si fa sempre più longilinea, allungata, sottile. Uomini e oggetti diventano alti e filiformi, le parti anatomiche esili come chiodi o taglienti come lame di coltello. Le sue figure umane appaiono così stranamente titaniche nella loro vertiginosa altezza, ma irrimediabilmente isolate, fragili e svuotate come solo l’uomo moderno può essere.

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Alberto Giacometti in una foto di Henri Cartier-Bresson

Dopo aver realizzato importanti mostre con il gruppo di Parigi, il sodalizio si rompe tra il 1935 e il ’38. In seguito Alberto Giacometti percorrerà altre strade, che lo porteranno a lavorare quasi spasmodicamente su quelli che risulteranno i tre grandi soggetti della sua esistenza: l’uomo che cammina, la donna nuda in piedi e il busto.

Negli anni precedenti la seconda guerra mondiale intervengono ad ispirarlo soprattutto Picasso e Beckett, ma anche Jean-Paul Sartre, la cui influenza sarà centrale in molti successivi lavori, nell’elaborazione di temi quali la distanza tra gli uomini e l’inaccessibilità degli oggetti.

Nel corso della sua produzione è il fratello Diego a fungere spesso da modello reale per le sue composizioni e a fargli da assistente personale durante tutto l’arco della vita, ma è l’osservazione diretta della natura, filtrata dal muto velo del ricordo – che a volte si isterilisce fino a diventare rigidamente scheletrico – a guidarlo in tutte le sue creazioni successive. Ritornato a Parigi dopo la guerra nel 1946, gli venne in seguito commissionata una scultura monumentale per la Chase Manhattan Bank di New York, ma l’opera non sarà mai completata.

Nel 1962 gli venne assegnato il primo premio per la scultura alla Biennale di Venezia. Gli ultimi anni di attività lo vedono impegnato in una lunga serie di mostre e progetti. A New York tornerà nel 1965 in occasione di una grande mostra retrospettiva dedicata alle sue opere dal MOMA, il Museum of Modern Art.

Poco prima di morire riusci a completare il testo del libro “Parigi senza limiti“, una raccolta di 150 litografie che ripercorre i luoghi in cui aveva vissuto da giovane e che avevano così profondamente segnato la sua esperienza artistica. Oggi è sepolto a Borgonovo, accanto ai suoi genitori.

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